Paola Volani è forse, a 26 anni, la più giovane collezionista italiana della Biblioteca dei Miei Ragazzi, il che dimostra che questi libri esercitano ancora il loro fascino, anche sulle nuove generazioni.
Iscritta alla Facoltà di Lettere Moderne a Trento, intende scrivere una tesi sulla BMR.Il suo vivido racconto, che in parte ricorda la piccola Matilda di Roald Dahl, è un appassionato tributo a questa romantica collezione.
Confesso di essere malata; una malattia che non lascia speranze. Mi sarà accanto tutta la vita. E ne sono felice. La mia malattia esplose all'asilo, mentre ascoltavo a bocca aperta per ore, ore e ore, le favole incise sulle cassette. Ne avevo tutta una collezione: 26 fascicoli con altrettanti nastri. Poi la situazione si fece più grave quando cominciai a ripeterle a memoria senza saper ancora leggere. Fui data per spacciata in prima elementare: imparavo a leggere troppo presto, troppo in fretta, ma ogni tanto i medici tiravano un sospiro di sollievo perché la malattia presentava qualche tratto di normalità, nei momenti in cui m'inciampavo come tutti i bambini sulla b, la d e la p. Tutto sommato sembravo sulla via della guarigione finchè in seconda elementare non cominciai a leggere un libro dopo l'altro. E
Ecco a voi la mia storia: il mio vecchio presente.
Tutto cominciò con il libro de "Gli aristogatti", tratto dal cartone animato di Walt Disney. Lo riportai in biblioteca il giorno dopo, senza averlo nemmeno aperto. Non faceva per me. Ma in casa esistevano otto libri, stracciati, gialli, polverosi.
Iniziai con "Verdi contro azzurri", a gambe incrociate sopra il letto. Non male. Poi "Lupo, ci sei?": che voglia di buttare Wanda giù dal faro. Lei e la sua insopportabile espressione: mamussia. Ma mi piaceva. "Il signor Tito poliziotto privato": ci capii ben poco, soprattutto la spiegazione riguardante Macario. Poi ancora il "Castello di ghiaccio", "Le prigioniere di Casabella", "Il sentiero di Casa Rossa". Il più pauroso: "L'erede di Ferralba": dovetti leggerlo accanto a mia madre in cucina. Ma lo avevo immaginato che era Giannetta il ladro che rubava il quadro. Sapevo che era lei. Infine il più difficile: "La casa dei garofani bianchi". Non sapevo molto bene chi fosse Napoleone, non capivo perché la domestica non poteva più essere chiamata Delfina, ma fu una meraviglia.
Quegli otto libri erano di mia madre, rovinati e pieni di vecchio scotch ingiallito senza più colla. Erano stati salvati, poiché Lella, la cugina, se ne voleva disfare.
Decisi anche di "restaurare" con le mie mani "Il signor Tito": qualcuno aveva incollato una carta nera sopra la copertina. Con pazienza e tanta acqua calda la tirai via un pezzetto per volta. Il disegno sotto era fantastico, anche se devo ammettere che grazie al mio restauro molti visi sono bucati
È cominciato così il mio amore per la "Biblioteca dei Miei Ragazzi"; è un fuoco, è se ci soffi sopra aumenta. Mia madre è stata l'accendino. Dall'elenco di libri presente all'interno di ogni copertina, mi diceva quelli che aveva letto da bambina. Il suo grande amore: "Il mistero del castello", "La teleferica misteriosa", "Il mistero di Morande". Il suo amore e la mia rabbia. Dove trovarli ormai?
Intanto la passione cresceva.
La nonna possedeva parecchi libri, tutti vecchi e ingialliti. "Prendili pure, non servono più a nessuno". La sua soffitta è sempre stata un luogo un po' pauroso, ma ci sono salita (vincendo il ribrezzo per i ragni) per aprire quei vecchi armadi e scoprire alcuni libri colorati.
Un giorno
ho cominciato a frequentare una libreria di fumetti e libri usati. Quel negozio mi attirava tantissimo. La parola "usati" e "seconda mano" erano una calamita
significavano polvere e pagine gialle
il mio posto.
In agguato però c'era anche una bella delusione, perché di libri vecchi ce n'erano ben pochi abbondavano i gialli, i polizieschi e i romanzi rosa. I fumetti giapponesi regnavano sovrani. Passeggiando svogliatamente tra gli scaffali dei polizieschi ho visto un dorso famigliare. Poteva essere solo quello. Non avrei potuto sbagliare. Non so come ho potuto vederlo quel libro. Era così piccolo e schiacciato dalla massa degli altri libri. L'ho preso: "La tribù dei conigli selvatici". La ristampa del 1988. Non ho idea di quanto sono rimasta ferma come un baccalà con la bocca spalancata con quel libro in mano. Non che abbia idea di come sia un baccalà, ma era proprio così che mi sentivo! Poi sono andata alla cassa, chiedendo al vecchio signore, proprietario della libreria, se per caso ne aveva altri. Con mia sorpresa, era un collezionista anche lui. E con doppia sorpresa a lui mancavano 3 libri per completare la collezione. E non solo: sapeva dove procurarseli. Ricordo il suo portafoglio, e la lista ingiallita di tutti i luoghi in cui si potevano trovare.
Due settimane dopo, in quel negozio c'era l'edizione originale di "Otto giorni in una soffitta". Era chiusa nella vetrina dei libri antichi. Da quel giorno entravo nel negozio per dirigermi direttamente verso quella vetrina. Un giorno due libri, un altro otto, un altro ancora uno solo
e intanto lo spazio sullo scaffale diminuiva
e cresceva in me la speranza di trovarne sempre di più, di riuscire a mettere le mani su "Il mistero del castello". A ogni nuovo acquisto il vecchio signore non mancava di ripetermi, con quegli occhi simpaticamente perfidi "A me ne mancano tre!".
Poi la brutta notizia. Il vecchio proprietario aveva da tempo deciso di andare in pensione, e sentiva che era arrivato il momento di farlo sul serio. Il nuovo proprietario non aveva la faccia molto simpatica, ma la cosa peggiore era una sola: non aveva la più pallida idea di cosa fosse "La Biblioteca dei Miei Ragazzi".
I nostri dialoghi erano abbastanza scoraggianti:
Io: "Scusi, non è per caso arrivato qualche libro della Biblioteca dei Miei Ragazzi?"
Lui: "Biblioteca? Sì, ho Mazinga contro la biblioteca maledetta"
Io: "No, io intendo la collana della Salani"
Lui: "Ma
prova a guardare
forse c'è qualcosa
"
Dopo qualche minuto: "Hai trovato qualcosa?"
Io: "No, non c'è niente"
Lui: "Sei tu che mi hai chiesto se arrivava Capitan Tsubara?
Insomma, quel tipo sapeva tutto sui manga giapponesi
ma proprio tutto
e nel negozio si potevano trovare tutti i numeri di "Dragon Ball", ma
ma la vetrina dei libri antichi ormai era vuota, e lo è ancora da tre anni.
Ho pensato che non avrei più trovato niente
potevo dire che in fondo ne avevo recuperati quasi una ventina
ma quei libri sono quasi una droga. Le pagine gialle, lo scotch sul dorso, quasi tutti i dorsi distrutti
quei disegni in mezzo alle righe
l'odore di polvere
il piacere di mettere una crocetta in più sulla lista iniziale
Così ho messo un annuncio in Internet. Dopo un anno nessuno aveva risposto finchè
finchè un giorno qualcuno risponde. Si chiama Lilly. È appassionata anche lei di quei libri, li cerca, mi manda l'indirizzo di librerie in cui posso trovare i libri
e si ricomincia. Bologna, Perugia, Roma, Bari, Treviso, Torino, Milano, Udine. Mi sono messa in contatto con mezza Italia. Ho recuperato i titoli che mi incuriosivano di più e quelli che mia madre ricordava con un piacere infinito: "Il mistero del castello", "La pupilla del cardinale", "La torre dell'alchimista", "La teleferica misteriosa".
Adesso i libri sono 93, accuratamente catalogati, spolverati, disposti su due scaffali in ordine numerico, anche se nella maggior parte i numeri non si leggono nemmeno.
Quando compero un libro mi dico sempre la stessa cosa: è l'ultimo, non m'importa di non possederli tutti. Ma poi, quando me ne trovo uno sotto il naso
come faccio a lasciarlo lì? Il pensiero che potrebbe essere l'ultima volta che lo trovo è un assillo.
Mi chiedono come faccia ad amare "quel vecchiume", "quei libri rotti". Dicono che c'è gente che mi pregherebbe per liberarli da quella carta straccia che hanno in soffitta.
Ma io dico che quella carta straccia ha un'anima. Quei fogli ingialliti mi guardano tutti i giorni, io amo quei libri vissuti. Faccio fatica a comprendere chi vuole tenere i libri perfetti, senza una grinza o una piega sul dorso. Un libro deve prendere vita, deve animarsi, mostrare la sua anima e la sua storia. Un libro deve avere la dignità di dire che leggerlo ne è valsa la pena.
Paola Volani ©2003