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Rabbonire il nonno

di Maria Santini


Non sempre è un nonno anzi il più delle volte è uno zio o un prozio ma ci troviamo comunque in presenza di un celebre topos della collana BMR. E' quello del parente anziano, ricchissimo e molto solo, che ripudia un nipote pure a suo tempo assai amato perché ferocemente contrario alle scelte di vita indipendente del giovane: matrimonio o carriera . Dopo anni di incomprensioni e di gelido silenzio sarà alla fine la figlioletta del nipote ( che a volte è una nipote) a riconquistare il cuore dell' orgoglioso anziano , spesso attorniato e irretito da loschi e interessati figuri , destinati ad essere sconfitti. Così la giovane famiglia si stringe intorno al patriarca che, deposto il forsennato orgoglio,trova in essa una nuova ragione di vita.


Questo lieto fine è però sempre parziale perché nell'antefatto di ogni storia qualcuno dei membri della famiglia,per colpa dell'intransigenza del dispotico parente, ha sofferto ed è morto, spesso nella più nera miseria . La vicenda più eclatante, in questo senso, è quella che ruota intorno al marchese Enrico di Baggio ( Il viaggio di Mimosa). L'anziano e ultraricco gentiluomo ha bandito dalla sua vita il fratello Roberto, a cui pure aveva fatto teneramente da padre, sdegnato per il suo matrimonio con un'attrice. Dopo di che c 'è stato l'azzeramento totale della coppia, abbandonata dall' orgoglioso marchese al suo destino di nera miseria e morte precoce. Tuttavia il nobiluomo non ha esitazioni quando, in procinto di imbarcarsi per l'India, si vede arrivare la figlioletta di Roberto, Mimosa, lascito estremo di quel padre sfortunato. Il suo cuore si scioglie nella tenerezza e la bambina è accolta subito come nipote amatissima e nuovo scopo della vita . Questo è anche l'unico caso in cui la riconciliazione zio-nipotina avviene all'inizio del romanzo e non alla fine come in tutti gli altri. Il marchese e Mimosa affronteranno insieme molte e pericolose avventure.


Un'altra variazione sul tema.Ne La torre dell'alchimista la riconciliazione fra il barone Ivo di Kernoel e il nipote Giovanni non ci sarà, impedita, unico caso fra quelli esaminati, dalla fulminea morte del più anziano. Non solo: fino all'ultimo istante di vita , quando i gemiti di Carletto prigioniero gli fanno intravvedere la verità che però l'uccide, il barone rimarrà pieno di dubbi riguardo all'onestà del nipote, dato il sospetto di furto insinuato dal perfido cugino di Giovanni, Piero di Vallières.
Il barone Ivo, bisogna riconoscerlo, aveva le sue fisime. Secondo lui i due giovani parenti, Giovanni e Piero, dovevano vivere nel suo castello dedicandosi soltanto a tenergli compagnia e tutt'al più ad aiutarlo nel disbrigo degli affari correnti relativi alle sue vaste proprietà. Pertanto il nobiluomo era inorridito quando Giovanni , avendo deciso di dedicarsi alla pittura, si era recato a studiare a Parigi. Di qui il ripudio, non motivato, una volta tanto, da un matrimonio non gradito: Giovanni si sposerà più tardi, già in disgrazia. Invece il più diplomatico Piero , pur essendo nel suo intimo il tipico scienziato pazzo maniacalmente deciso a trovare la formula della fabbricazione dell'oro, aveva accettato il diktat del barone di Kernoel, fingendo di smettere gli studi di chimica ai quali era tanto portato ma in realtà continuandoli alla grande nella torre che dà il titolo al romanzo. Da notare ,en passant, che lo zio conosceva i suoi polli: temeva infatti che gli esperimenti del nipote finissero per far saltare in aria in castello… ed effettivamente sei mesi dopo la sua morte, Piero, erede unico di Kernoel grazie ai riusciti maneggi contro Giovanni, finirà veramente per morire nell 'esplosione della torre, provocata da una delle sue alchimie. Ciò consente il finale lieto per la famigliola di Giovanni, divenuto erede unico del patrimonio Kernoel. Non ci sarà, però, l'affettuosa riunione intorno al barone Ivo , quel vecchio signore bonario e gentile che la piccola Evelina aveva imparato ad amare, sia pure non conoscendo la sua vera identità, durante il periodo trascorso sulla Costa Azzurra e che chiamava il suo nonno d'inverno…


Veniamo ai casi classici. Maurizio, ricchissimo ( manco a dirlo) marchese di Morande, allontana il nipote Renato allorchè il ragazzo decide di sposare la bella e virtuosa Marta Lambert, purtroppo borghese e povera.Pure, il marchese conosceva il dolore e l'amore: aveva perso infatti la diletta moglie e tutti e due i figli giovanissimi e in seguito anche suo fratello Massimo , che morendo gli aveva affidato Renato . Il ragazzo, quindi, è divenuto tutto per lo zio, figlio più che nipote , successore nel titolo ed erede… Ma né l'amore né il dolore riescono ad insegnare la tolleranza al vecchio nobiluomo che sceglie di rimanere solo piuttosto che accettare quel matrimonio borghese .
Tuttavia alla morte di Renato, avvenuta nel corso di una gara automobilistica, il marchese comincia a cedere tant'è vero che propone alla vedova Marta di prendere con sè al castello il piccolo Max per tirar su, ancora una volta, un erede di Morande. E quando il bambino muore annegato , o almeno così gli fanno credere, il nobiluomo, ormai alla disperazione, si arrende completamente dichiarandosi disposto ad accogliere la vedova del nipote con le sue tre figlie superstiti. Purtroppo è tardi: l'orgoglioso gentiluomo non lo sa, ma ormai è caduto nella rete dei coniugi Morin, persone che egli crede degne della massima fiducia e che invece mirano solo ad assicurarsi la sua eredità. Così come in precedenza avevano sequestrato il piccolo Max dopo aver inscenato un finto incidente in mare, ora i due coniugi danno a bere al loro padrone che Marta e le sue bambine sono partite per l'America. Ci vorranno il coraggio e l'acume di Teresa,primogenita di Renato e Marta, per sbrogliare la matassa, liberare Max e annientare i Morin in modo che tutta la famiglia possa avviarsi al classico lieto fine .
Però i Morin non sono degli assassini: non se la sono sentita di sopprimere un bambino di cinque anni anche se ,a onor del vero, sono molto soddisfatti quando, non trovandolo più nella sua prigione , lo ritengono caduto in mare. Ugualmente Piero di Vallières benchè alchimista pazzo, non ha il coraggio di disfarsi di Carletto, il povero ragazzo ritardato che lo ha visto rubare la collana di rubini la cui sparizione screditerà Giovanni agli occhi dello zio. Ma c'è un altro personaggio che tutti questi scrupoli non li ha: Francesca Gomez ( Avventure a lieto fine) , che non esita ad avvelenare il piccolo Piero Mariani, ospite involontario del bisnonno, pur di assicurarsi l'eredità di quest'ultimo. La giovane brasiliana non era nuova a comportamenti delinquenziali: aveva cercato invano di spogliare delle sue ricchezze la sua buonissima matrigna, la signora Armandi, facendola passare per pazza: in seguito ha sposato un nipote del ricchissimo duca de Rosa, rendendolo molto infelice. D'altra parte il poveretto è morto quasi subito e Francesca è rimasta al castello del duca, attendendo con malcelata impazienza la sua eredità.
De Rosa. Cognome più scipito il traduttore/ italianizzatore del testo non poteva trovare per quello che nell'originale è l'altero duc de Risenberg,signore di un'immensa proprietà nel Berry, ubicata invece, "in italiano" , in qualche parte non definita del Piemonte.
Anche il duca de Rosa, altero e volitivo quanto si vuole ma disperatamente solo e infelice accanto a quella nipote acquisita che è il suo cattivo genio, se l'era in un certo senso voluta. Attaccatissimo alla dolce nipote Maddalena, aveva tuttavia rotto con lei quando la ragazza aveva sposato un pur brillante ingegnere, reo di non essere nobile…tutto come al solito. La famigliola , arricchitasi di tre figli, non se la passa tuttavia male fino al triste momento in cui Maddalena si ammala di tubercolosi. E' vero, nel romanzo la fatale parola non è mai pronunciata ma di tisi si tratta: prova ne è la necessità, per la giovane donna , di passare sei mesi in un sanatorio che per giunta si rivelerà molto costoso, accrescendo i problemi della famiglia. Di qui la forzata scelta dell'ingegner Mariani di accettare un lucroso lavoro all'estero ( nell'originale, La tutelle de cousine Linotte, si reca in Indocina, nel testo italianizzato la cosa viene lasciata nel vago) e lo sbando temporaneo della famiglia. Ma naturalmente alla fine tutto si aggiusta. La riconciliazione fra il duca e i Mariani avverrà per merito della dolce e risoluta nipotina Antonietta con l'involontario aiuto del ribelle Piero, che avrà l'accortezza, in fuga dal crudele impresario teatrale Giovanni Palmer, di cadere mezzo morto proprio all'interno della proprietà del bisnonno . Contestualmente alla perfida Francesca, sconfitta, verrà forzatamente fatto riattraversare l'Atlantico, con destinazione il Brasile.
Terribilmente triste, salvo l'ovvio finale consolatorio, è la storia di Margherita - Uccelletto (Il circo Barletta), figlia di un'altra Margherita, anche lei allontanata dallo zio, il marchese Melchiorre Fiammati, dopo un matrimonio da lui non approvato. Ma qui non si tratta solo di un gelido distacco, come negli altri casi esaminati: la giovane donna, che non ha voluto abbracciare la religione dell'Occhio di Giada, è vittima di una vera e propria persecuzione implacabile da parte di Ciada Saib, il terribile sacerdote dell' inquietante setta. Per conseguenza, la giovane coppia formata da Margherita e Giovanni Fontebella viene ridotta in miseria mediante oscuri maneggi: la ragazza muore fra le privazioni mentre Giovanni, approdato al circo Barletta con la figlioletta Margherita, subisce due attentati rimanendo infine ucciso.
Non pago Nadao, fedele esecutore della volontà di Ciada Saib, organizza un attentato anche contro Margherita-Uccelletto facendola precipitare dal trapezio su cui volteggia durante il suo numero acrobatico . Poi Ciada Saib tenta ancora una volta di uccidere la ragazzina che ha individuato, convalescente dopo quella caduta, nel giardino dei Marcellini, opportunamente ubicato accanto al lussuoso palazzo del marchese Fiammati: vederla, armarsi di rivoltella e spararle è per l'impulsivo indiano questione di un attimo e solo l'intuizione di Margherita di essere in pericolo e l'aiuto per la fuga che le dà il coetaneo Luca scongiurano il delitto.
A questo punto, però, Ciada Saib viene a più miti consigli: sebbene non sia detto esplicitamente, ciò deve esser merito del fatto che anche il conte Fiammati, dalla sua loggia ad inquietanti vetri rossi, ha visto e riconosciuto la piccola Uccelletto, tanto somigliante alla madre Margherita. Così il bramino, per non alienarsi il ricchissimo discepolo, che è del tutto ignaro dei suoi delitti, si limita a rapire la bambina . L'idea è quella di costringerla ad abiurare la fede cristiana in favore della religione dell'Occhio di Giada in modo da restituirla "convertita" al prozio e farne una specie di stella di quella strana setta.
Ma da qui scaturirà la rovina del crudele bramino . Il merito è del coraggio con cui Luca Marcellini, introdottosi nel fastoso e orientaleggiante palazzo Fiammati, salva la situazione. A Ciada Saib non resta che perire tra le fiamme mentre il conte Fiammati, abbandonata la fosca religione dell'Occhio di Giada, accoglie la nipotina con la massima tenerezza e si lega affettuosamente alla famiglia Marcellini, i membri della quale hanno tutti contribuito alla salvezza della bambina.
Da segnalare in questo testo un'altra amenità del traduttore/ italianizzatore: Flora Marcellini, moglie del buon dottore e madre di Luca e Simonetta, è "creola", cioè nata in un'isola caraibica.Ciò andrebbe benissimo - e andava ottimamente nell'originale - se Flora fosse stata francese: "creoli" sono infatti, per definizione, i francesi nati nelle colonie occidentali. Ma nel testo italianizzato Flora è anche italiana… un' italiana creola, un personaggio che non ha più credibilità di una livornese britannica o di una siracusana elvetica.

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Passiamo a un altro zio, il signor Guarnieri, che si è comportato nel solito modo, cioè ha ripudiato la nipote Giannina rea di aver sposato un pittore ma che, una volta tanto, non è nobile: soltanto ricco. Siamo in Attenta! I leoni!, libro che inizia quando Giannina è morta da tempo, lasciando un vedovo desolato e due bambine, la dolce Donatella e la più vivace Lilia. Per di più il pittore Orsi si trova in grandi ristrettezze economiche (poteva essere diversamente?), costretto quindi ad accettare del lavoro in Sudamerica ma impossibilitato a portarsi dietro le figlie. A questo punto il signor Guarnieri acconsente di malavoglia, tirato e diffidente com'è, a dare un aiuto economico alle piccole Orsi mentre il padre è assente. In realtà il ricco signore è vagamente commosso e turbato dalla somiglianza di Donatella con quella Giannina che è stata il suo unico affetto ma ciò non gli impedisce di buttare a mare entrambe le nipoti quando Lilia, essendosi gravemente ammalata la sorella, gli chiede un aiuto extra. Lilia salverà la situazione diventando, quasi per caso, una precoce e bravissima attrice del cinema mentre suo padre, in America, ha molto successo e può rientrare in patria ben provvisto di denaro.


Intanto il signor Guarnieri, tornando, pensieroso e distratto, da una mostra di pittura dedicata a quel suo nipote acquisito di cui ha dovuto, suo malgrado, riconoscere il talento, viene investito da un'automobile , riportando gravissime ferite. Nonostante fratture e lesioni interne viene curato a casa, naturalmente, e per di più la sua servitù lo trascura. Saranno Donatella,Lilia e il loro padre, dimentichi del passato, ad alleviare i suoi ultimi giorni, circondandolo di premure affettuose, da lui gradite in modo commovente. Lo zio Guarnieri muore con il nome di Giannina e Donatella sulle labbra e va da sé che il consistente patrimonio dell'estinto passa alle due nipotine così che Lilia, bambina assennata,può abbandonare quella carriera di attrice che le era servita solo strumentalmente, per poter curare la sorella.


Veniamo ora alla signora Emma (Pasqua radiosa) che è l'unica donna della nostra rassegna ma che, a conti fatti, non dovrebbe nemmeno farne parte dato che non ha mai amato e in fondo mai amerà i piccoli Guido ed Olga Franchi-Brianza, suoi nipoti acquisiti, e men che meno la loro madre.
La signora Emma è un personaggio particolarmente odioso.Vedova di un profittatore di guerra, ricchissima, volgaruccia e snob, ha sempre mostrato un affetto eccessivo e servile per sua cognata, la russa principessa Xenia, finchè essa è stata una delle prime signore della più brillante società. Ma poi Xenia, perso il marito nei primi mesi della grande guerra, ha creduto bene di rifugiarsi , con i figli,presso la sua famiglia d'origine in Russia: colta dalla rivoluzione, è riuscita a fuggire con Guido e Olga ma senza un soldo, ormai, tranne i famosi gioielli che seppellisce in giardino ( ma perché non venderseli subito invece di nasconderli in un posto che poi, ammalata, non saprà più ritrovare? ) Ad ogni modo la signora Emma abbandona al suo destino la cognata impoverita, consigliandole, di fronte a una sua richiesta di aiuto, di trovarsi un lavoro: e ugualmente si disinteressa di Guido e di Olga anzi si mostra infastidita dalle cure e dalle premure di cui li circonda la giovane Roberta Dall'Olmo,una lontana parente che li ha praticamente adottati.
Ma la signora Emma ha un suo risvolto patetico: deve essere l'unica donna di tutta la BMR invischiata in una storia d'amore un po' equivoca. Infatti va strombazzando a tutti di essersi fidanzata con il principe Gregorevic, pretendente al trono di Bessarabia, e non sa, l'infelice, che il presunto sovrano è soltanto uno sfruttatore di donne e un ladro di preziosi che la illude per arrivare tramite lei proprio ai gioielli della principessa Xenia . Quando si rende conto dell'amara realtà, Emma riceve un colpo tale da ridursi rapidamente in fin di vita. Prima di morire lega tutta la sua grande ricchezza a Guido e Olga, ma il suo gesto sembra più ispirato dal rimorso che da un rinato sentimento d'affetto.
Veniamo ora a un libro che ha due peculiarità, la prima delle quali dovrebbe impedirci di inserirlo in questa rassegna. Si tratta, infatti, de La missione delle Azzurrine che non è uscito nella BMR ma nella Biblioteca delle Giovinette ( N° 11). Tuttavia questo titolo è rimasto a lungo nell'elenco generale, riportato in tutti i testi della nostra collana, come numero 83, tant'è vero che c'è chi ritene che vi sia uscito realmente: se così è stato, deve essersi trattato di una tiratura limitata di cui non è venuta alla luce, fino ad ora, neppure una copia . Riteniamo, quindi che La missione si possa considerare un BMR onorario e come tale la trattiamo.
La seconda peculiarità del libro è rappresentata dalla scarsa drammaticità del conflitto fra l'ingegner Delassi e lo zio materno inglese: tutte e due le parti in causa sono ricche, tutte e due sono circondate dagli affetti. Così il nipote ha dato poco peso all'ostracismo inflittogli da lord Hampstead all'atto del suo matrimonio con una signorina italiana e cattolica : ha una buona posizione ed anche quando, poveretto, muore immaturamente , lascia la vedova onusta sì di sette figli ma in floride condizioni economiche : a metà libro essa eredita addirittura un castello! Inoltre i Delassi non ci pensavano minimamente a riprendere i rapporti con lo zio: la riconciliazione è organizzata e fortemente voluta da Giorgio, fratello minore di lord Hampstead. D'altra parte le "Azzurrine" non sono poi così ansiose di compiere la loro missione di pace in un paese lontano come l'Inghilterra e nei confronti di un vecchio che ha una larga fama di scorbutico.


Le "Azzurrine", definite così per i loro occhi cerulei, sono le due gemelle dodicenni Benedetta e Liliana, che per il loro aspetto molto inglese sembrano alla famiglia le più adatte a compiere quella che, appunto, viene definita la missione di ammansire il vecchio lord Onfredo Hampstead (Sì, Onfredo: avete letto bene ) riconciliandolo con la famiglia italiana. Giunte in Inghilterra,le due bambine trovano lo zio stizzoso al punto giusto ma non solitario e/o abbandonato nelle mani di loschi figuri come gli altri personaggi che abbiamo esaminato: lord Hampstead ha un fratello e una sorella che sono persone degnissime ed ospita per l'estate degli altri nipoti che si rivelano ragazzi gradevoli.
La "missione" è quindi tale solo sul piano degli affetti e non ha nulla di particolarmente drammatico. Essa sarà felicemente compiuta anche se sino alla conclusione Benedetta e Liliana, spiazzate dall' atteggiamento ambivalente del vecchio zio, saranno convinte di non farcela. Invece hanno fatto breccia nell'altero cuore di lord Onfredo e la goccia che fa traboccare il vaso , in senso buono, s'intende, è l'ingenua pretesa delle due bambine di curare il vecchio parente , contagiato dalla scarlattina durante un'epidemia: un affar serio, per un anziano. Ma in questo caso non ci sarà nessuna scena drammatica alla maniera di Attenta! I leoni! Saggiamente, le due bambine vengono allontanate dal capezzale dell'ammalato ma lord Onfredo apprezza molto, nel suo intimo , la loro tenerezza. Quindi tutto si aggiusta e quello zio già così accigliato acconsente a riprendere rapporti affettuosi con tutta la famiglia Delassi. Si vocifera addirittura di un fidanzamento fra un altro nipote, Ralph (il cui nome è stranamente lasciato in inglese, scelta curiosa da parte di chi non ha indietreggiato nel tradurre Humphrey con Onfredo) ) e la bella sorella maggiore delle Azzurrine, caricata anche lei dell'impossibile nome di Ugolina, dantesca traduzione del francese Huguette.
Un'ultima particolarità per cui questo testo si segnala è rappresentata dalla disinvoltura con tutti tutti i parenti inglesi delle Azzurrine, grandi e piccoli, parlano un fluente italiano, cosa assai poco credibile dato che la conoscenza della lingua italiana, allora (il libro risale al 1938) ancor più di adesso, era assai poco diffusa in Inghilterra. Diverso era il discorso per il francese che poteva assumere il connotato di lingua per la conversazione chic nelle classi alte. E dato che La Missione originale era un Suzette, appariva un tantino più giustificata la conoscenza che l'intera famiglia Hampstead aveva della lingua dei parenti francesi.


E per concludere…
Lodoletta e Barbablu. Lo schema sembra il solito. C'è il barone Michele di Bellavista, nobilissimo (la sua schiatta risale all'alto Medioevo), ricchissimo e, manco a dirlo, dispotico e collerico ma buono come il pane: c'è il suo figliolo maggiore, Filippo, brillante studente di ingegneria, e c'è soprattutto un matrimonio fermamente avversato che separerà i due per più di quindici anni… Ma stavolta, con nostra grande meraviglia, la violenta opposizione alle nozze parte dal figlio!
Sì è il giovane Filippo che rompe con l' attempato barone Michele quando costui, vedovo da anni, manifesta l'intenzione di risposarsi. Infatti il ragazzo, subornato da cattivi consiglieri,si è convinto che la donna prescelta dal padre sia un'avventuriera. Di fronte all'opposizione del figlio il barone reagisce anche lui alla maniera di un focoso giovanotto……se fino a quel momento era indeciso, adesso fissa risolutamente la data delle nozze! Apprendiamo poi che Filippo si sbagliava perché quell' aspirante matrigna era tutt'altro che un 'avventuriera: si trattava di una nobildonna di grande famiglia oltretutto destinata, purtroppo, a morire poco prima del matrimonio. Nonostante sia venuta meno la causa dell'attrito, la rottura fra padre e figlio rimane e sembra insanabile finchè Filippo, tanti anni dopo, accorre a salvare il barone dai loschi intrighi della signora Orsola, presunta parente povera e autentica moglie terrorizzata di un mascalzone. Va da sé che nell'impresa l'ultraquarantenne Filippo è aiutato dalla tenera Lodoletta e dai due adolescenti Rito e Grego (orribili diminutivi per il bel nome Gregorio) cioè suo figlio e suo nipote.

Maria Santini, 2006