Biblioteca dei Miei Ragazzi
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Più che perfette
di Maria Santini

 

 

 

           Lungi da me prendermela con il tabù italiano per antonomasia, la madre, ma è  un fatto che, nella vita reale, non tutte le mamme hanno rapporti idilliaci  con i figli. E ‘ una cosa inevitabile, dato che anch'esse rientrano nella categoria dei normali   esseri umani…

Invece nella Biblioteca dei Miei Ragazzi  non accade mai che una madre sia anche solo un pochino riprovevole: tutte buonissime e attaccatissime ai figli, quelle vive: ricordate con devozione e affetto quelle che non ci  sono più: e sono molte . Quanti orfani, infatti, nella collana!

Il compito di essere  sgradevoli, in una gamma che va dalla severità alla crudeltà, è affidato quindi  a qualche zia ( che poi magari si pente: vedi la sciocca  signora Emma di  “Pasqua radiosa”), a  qualche educatrice (citiamo solo la legnosa  Silvana Dalla Rocca  di “Tre per uno, uno per tre”, che del resto nessuno prende molto sul serio) e a  molte estranee : capostipite la misteriosa mamma Dufflet, che aleggia come un'ombra minacciosa sui  bambini di “Otto giorni in una soffitta” ma non compare mai in scena.

Stranamente matrigne cattive non ce ne sono  o almeno non ne ricordo mentre, al contrario, ne appaiono due dolcissime.  La prima è la  celebre Mamussia di “Lupo, ci sei?” che dopo inizi  burrascosi alla “Tutti insieme appassionatamente” riesce a farsi amare, anzi adorare dai figliastri già così ostili e ribelli: l' altra , molto meno nota perché molto meno popolare è il libro da cui esce ( “Avventura in colonia”) è la  seconda moglie del capitano Puccini, una ragazza da lui sposata diciottenne e subito  adorata dai due figliastri Alberto e Isabella, con i quali è solita giocare spensieratamente.

Forse le autrici della Bibliothèque de Suzette, così attente alle loro regole educative,  non vogliono mettere in discussione il concetto di “madre” neppure nel caso che la madre sia tale secondo la legge e non secondo il sangue.

Inutile dire che le “nostre” mamme  sono anche tutte virtuose e che non appare in nessun libro neppure l'ombra di una divorziata  né di un divorziato, se è per questo. I matrimoni BMR li rompe solo il destino…

Ci sarebbe, è vero,  l'infelice madre della piccola Maria Rosa (“Il viaggio di Mimosa”) : ma essa è una donna perduta solo nella mentalità arcaica  del marchese di Baggio, che ha considerato un'onta il matrimonio di  suo fratello con un'attrice! Ma ci troviamo al tempo del terremoto di Messina (almeno nell'edizione italiana) e quel  gentiluomo del 1908  aveva rifiutato  la presenza di  una “ commediante”  in famiglia per il fatto in sé, non per la personalità di una donna che non volle mai conoscere e di cui ignorava tutto. Possiamo quindi tranquillamente collocare  la madre di Mimosa nella categoria “ madri  defunte molto amate”.

A furia di scartabellare, finalmente una madre che non è il massimo l'ho trovata ma non a caso viene da un'altra epoca.  E' la mamma di Matilde di Kerjonc (“Il mistero del castello”), una donna giovane, infatuata della vita di corte, desiderosa di recarsi in Italia, appresso al marito, sulla scia della guerra condotta da Luigi XII.  Questa ragazza  spensierata  affibbia, è il caso di dirlo, la  turbolenta figlia di dieci anni alla suocera semi-invalida: fa condurre la bambina a Kerjonc senza preavvisare la nonna, in modo da metterla di fronte al fatto compiuto e spaccia questa prepotenza per una “deliziosa sorpresa”. Questo è un sistema sorprendentemente moderno,  in auge  anche fra le giovani  mamme di oggi  che, magari, non vogliono seguire una guerra ma aspirano solo a un week-end senza ragazzini tra i piedi…

Una madre che sembra dura con la figlia è certamente la signora Trezolli (“La prediletta”) ma il suo  è un  atteggiamento nato dalla convinzione  che la sua primogenita, a differenza della seconda figlia,   abbia un cuore arido e un temperamento freddo: quando comprende che la sua Elisabetta  è , né più né meno, un tesoro di bontà e affettuosità, quella mamma  pentita diventa a sua volta affettuosissima con lei. A proposito, chi non vede le affinità con il famoso  “Incompreso” di Florence Montgomery?

Una delle mamme più dolci e coraggiose  la incontriamo ne “Il mistero di Morande”. Marta Lambert era stata una giovane acquarellista che l'autrice  si affretta a dichiarare estremamente virtuosa. S'era sposata per amore con il nipote ed erede del ricchissimo marchese di Morande,  che però, come il marchese di Baggio, si era opposto al matrimonio per motivi di casta, ripudiando  il nipote e la sua nuova famiglia . Dopo  aver goduto di pochi anni di felicità, Marta ne ha viste di tutti i colori: il marito, corridore automobilista morto miseramente in gara, l'ha lasciata con quattro figli:  il  suo piccolo Max  è annegato in mare :lei e le  tre figlie superstiti sono cadute in povertà. Marta però non si arrende, vive del suo lavoro di pittrice e non disdegna, nei momenti peggiori, di accettare anche incombenze più umili, come il cucito. Ricordiamo però che questa madre esemplare è sostenuta da una ragazzina eccezionale qual è sua figlia Teresa.

La mamma più simpatica è  quella di Francesco, Alano e Maurizio (“Otto giorni in una soffitta”): la si  può  veramente definire una ragazza in gamba. Basti pensare che, tornata a casa dopo aver seguito un ciclo  di cure , la signora d'Aufran ci mette lo spazio di un'ora, sia pure con l'ausilio del bel micio Matù,  per scoprire   la presenza della piccola intrusa in soffitta: una cosa che per una  settimana  intera nessuno dei tre adulti presenti in casa aveva sospettato. Di più: con  grazia e spirito birichino   quella giovane mamma prepara uno scherzetto per i  tre figli, facendo credere loro di aver adottato “anche lei” una bambina e gettandoli nel panico: che ne sarà, pensano, della loro Nicoletta?

Una bella figura di madre è  Tinatina (come mi intrigava questo doppio  Tina  quando lessi il romanzo da piccola!) scolpita   a tutto tondo ne “La piccola pantofola d'argento”.  Con il suo impeto amoroso verso la figlioletta Tamara, con il suo dolore vivo e vero per averla perduta, Tinatina  è una  mamma autentica, calda ed istintiva. Ha sempre difeso la sua piccola                 dal pericolo di essere venduta schiava, sostenuta per fortuna da quell'ottima persona che è il marito Erakli:  e d'improvviso   perde  la sua creatura proprio per colpa, le sembra, del  giovane Mitia di cui si fidava tanto.Da allora la sua vita è desolazione.

La madre più esotica non è però Tinatina, ma l'indianeggiante   Marina di Frassineto, alias la dama bianca, alias zia Mia. .Nulla da dire del suo rapporto con la figlioletta ammalata, Leilah per lei, “Amica” per i bambini dei  Platani: benchè misantropa, la dama bianca travede per la bambina    così da  permetterle il rapporto con Lia e gli altri cuginetti. Ma se è una madre ammirevole, Marina come donna è ben strana. Dopo aver strappato Lia dalle grinfie del  suo servitore Harudi, la issa sul proprio cavallo  riportandola  immediatamente a casa sua ma...la lascia sul cancello del giardino. Assurdo, dopo quel rapimento in piena regola. Una donna normale avrebbe pensato di dover   rabbonire i parenti  di Lia, oltretutto  restituita chissà  come malridotta   dopo essere stata rinchiusa  per quattro giorni in una capanna buia e fatiscente! Ce ne sarebbe stato  di che ricevere una denuncia in piena regola ed è quello che la nonna di Lia avrebbe dovuto fare, se avesse posseduto  un po' di sale in corpo…

Mi accorgo però che mi si potrebbe giustamente obiettare che  l'abbandono di Lia sul cancello dei Platani  obbedisce a esigenze di trama: se la zia Marina avesse compiuto il suo dovere e fosse entrata a consegnare la bambina alla nonna, ci sarebbe stato il riconoscimento fra suocera e nuora e il libro (“Il braccialetto indiano”) sarebbe finito lì.

Tante sono le madri, (e anche i padri del resto), morte da più o meno tempo ed amaramente rimpiante dai  figli. Ve n'è di ogni epoca: per esempio, è orfana di  madre Claudia di Mont-Servat (“La  pupilla del Cardinale”). La bambina dodicenne, che ora vive nel severo maniero sulle Cevenne assieme al nonno invalido,  ricorda ancora la sua meravigliosa infanzia in un castello in riva al Mediterraneo, quando la sua giovane mamma si chinava sulla sua culla con un sorriso dolcissimo. Un salto di tre secoli e sono ugualmente orfani di madre i quattro ragazzi Melendy (“Otto sabati” e successivi) newyorkesi puro sangue. In questo caso la madre non è mai descritta anche se aleggia su tutta la famiglia il rimpianto di lei 

I piccoli O' Flaherty (“Le avventure di Fior di Sole”), sette comprendendovi anche la scomparsa Kathleen, sono  orfani di guerra, dato che il loro padre Carlo è morto nella battaglia della Somme: purtroppo da poco hanno perso                 anche la  madre e ciò costringe il maggiore, Michele, a trasformarsi in mamma di tutti gli altri e infatti il libro nell'edizione originale, si intitola “La petite mère Michel”. Un'altra orfana di guerra è Maria Lucia (“La casa dei garofani bianchi”) per di più con una romantica vicenda alle spalle. Suo padre, il brillante ufficiale Lucien Herreford, aveva salvato   dalla ghigliottina la nobile signorina della Guerardière, sposandola: poi lui  era morto da prode alla battaglia di Arcole e la giovane moglie poco dopo l'aveva seguito nella tomba, con il cuore spezzato.  Tuttavia Maria Lucia è fortunata  perché viene allevata con ogni cura  dagli zii Bruneroy come fosse la loro terza figlia.

Un'altra madre  amatissima e rimpianta  è  quella di Donatella e  Lilia ( “ Attenta! I leoni!”): è stata  tanto  tenera e dolce, la signora Giannina,  da essere ricordata   con affetto perfino dal signor Guarnieri, il suo scorbutico zio.

Torniamo, per chiudere, ad una madre   sicuramente viva ma  vegeta  quanto glielo consente una vita coniugale piuttosto faticosa: tredici figli (“Una dozzina più uno”). Il suo exploit   non sta tanto nel numero  dato che  un tempo le famiglie numerose non erano infrequenti, ma nel tempo diciamo così di produzione: sì perché si va dal  figlio maggiore, Pietro quattordicenne, alla bambina minore, Cleofe detta Lilì, di ventiquattro mesi  il che vuol dire inesorabilmente un figlio l'anno per tredici anni…  Ad ogni modo dopo Lilì non è presente nessun fratellino  di un anno, cosa che ci porta a pensare che il ritmo da catena di montaggio  imposto dal signor di San Patrizio  sia stato  (definitivamente?) interrotto.

 

Maria Santini ©2006 per www.bibliotecadeimieiragazzi.com

 

 

 

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