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BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI

GlOCHI, GIOCATTOLI E DIVERTIMENTI NELLA BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI

di Beatrice Solinas Donghi

 

Si riporta il testo di un articolo illustrato publicato in LG ARGOMENTI n.2, A XXXV, 1999 (per gentile concessione del Dr Francesco Langella, Direttore Responsabile di LG Argomenti)


La Semaine de Suzette dell'editore Gautier-Languereau, sulla quale uscirono a puntate negli anni '20 e '30 (e anche prima) molti romanzi per le bambine entrati, a volte assai tempestivamente, nella salaniana Biblioteca dei Miei Ragazzi, era soprattutto, per attenerci alla insostituibile definizione di Faeti, "una settimana con molte domeniche". Un tempo di vacanze, in altre parole, per lo più le lunghe vacanze estive di un'epoca in cui nei paesi latini si tornava a scuola non prima della metà di ottobre; senza escludere i più brevi intervalli delle feste natalizie e pasquali. Le vacanze non significavano grandi spostamenfi in treno o per nave, realtà sfiorate se mai in occasione dei viaggi d'affari dei padri, di espatri fortunosi, specie dalla Russia sovietica, e di naufraghi con smarrimento di eredi smemorati: Manfredo Giannini, Il fanciullo che venne dal mare, Valdor, Il mistero di Morande.
Significavano invece di solito una permanenza in campagna più o meno lunga e avventurosa e, nella libertà della campagna, i giochi e i divertimenti che forniscono uno sfondo di festosa quotidianità alle vicende dell'avventura come alle inquietudini psicologiche del romanzo familiare. In questi tempi lunghi delle sterminate estati di una volta, e degli altri periodi già detti, le ragazzine e i ragazzi protagonisti e il loro contorno di sorelle e fratelli, cugini e cugine, amichette e coetanei vari, hanno quasi infinite occasioni di divertirsi nei modi considerati adatti alla loro età, almeno nelle famiglie che potevano permetterselo.
Da questo lato non vi sono difficoltà. Non si può passare sotto silenzio il coté snobistico della Semaine de Suzette quale risulta rappresentato nella nostra collana. Sono libri pieni di titoli nobiliari e di nomi che suonano molto bene, dal bretone de Kerverec all'italianizzato di Solmano. Le prigioniere di Casabella di E. De Cys sono nobili impoverite, finchè il fortunato ritrovamento di un antico contratto di enfiteusi non restituisce loro la proprietà avita; ma nella maggioranza dei casi tali distinte famiglie se la passano più che bene fin dall'inizio. Ne consegue che per lo più in questi accattivanti romanzetti i giochi, giocattoli e divertimenti si collocano a un livello decisamente superiore a quello concesso nella vita reale alla folla delle loro avide lettrici di allora. Ricordiamo che la Biblioteca dei Miei Ragazzi era una collana economica, di prezzo abbordabile anche per ceti sociali assai modesti.
I giochi, quindi, salvo le eccezioni a cui accennerò in seguito, non si svolgono in un cortile, ai giardini pubblici, in una polverosa strada di periferia o di paese, ma in un castello o villa, nei parchi annessi e nella campagna di proprietà. E sono giochi piuttosto articolati e ambiziosi, benchè non sempre vadano esenti da qualche catastrofe, del resto piacevolissima a leggersi. In Le signorine dell'arcobaleno di André Bruyère il gioco dei pellirosse di una compagnia di cugini stabilita su un isolotto del ruscello porta tra l'altro alla creazione di "un certo sugo a base di burro nel quale galleggiavano molti granelli di sabbia e innumerevoll formiche", dichiarato incommestibile dai cuochi stessi. Ai funerali burleschi di un guerriero ucciso il ritornello "piangiamo, piangiamo!" si alterna a insinuazioni alquanto maligne sul conto deil'eroe, finchè questi, novello Lazzaro, non si decide a risorgere e passare alle vie di fatto. Da notare che una delle cuginette funge da "celebre squaw di cui le tribù si disputavano l'augusto potere". Il ruolo subalterno delle bambine nei giochi praticati in comune, che all'epoca era ancora un dato di fatto in molti contesti sociali italiani, risulta già superato nei romanzi della Semaine de Suzette, con soddisfazione, si suppone, delle giovani lettrici, nonchè di rimbalzo di quelle della nostra Biblioteca.
Si gioca ai pellirosse anche al castello di Solmano della Prigioniere di Casabella, con tende e pitture di guerra. La compagnia di Solmano come quella delle Signorine dell'arcobaleno trova parecchie occasioni di soddisfare insieme il sano appetito dell'età e la voglia di divertirsi, con un picnic o una merenda in casa della mugnaia. Una colazione all'aperto sulla costa bretone di Lupo, ci sei? (La jolie dame en rose, Miryam De Carnac) prosegue con la visita al faro e il gioco della moscacieca tra le rupi della scogliera, mentre nelle Avventurose vacanze del signor Tito di M. Giraud una "merenda fredda, squisita e abbondante" viene servita sulle rive dell'Arno, che nell'originale sarà forse stata la Senna. La Giraud, all'anagrafe Madeleine Gélinet, francese di madre inglese, fu anche direttrice della Semaine de Suzette e senza dubbio contribuì in maniera rilevante a modernizzarla e renderla più attraente. Certo è che nella nostra Biblioteca i suoi quattro gialletti anni '30 incentrati sulla figura e le imprese del signor Tito, poliziotto privato (Sir Jerry detective, negli originali) sono i libri più frizzanti e divertenti della collana.
In essi si vola alto anche come livello di intrattenimenti, a cominciare dai giochi di prestigio (con sparizione a sorpresa del prestigiatore) da cui inizia il primo volumetto della serie, e dal cinematografo casalingo - col maggiordomo Tommaso in funzione di operatore - capace di offrire spettacoli "interessanti quanto quelli di un cinematografo vero". Nelle Avventurose vacanze gli otto nipoti della contessa di Miramonte, più i due figli del detective, si allenano per un torneo sportivo bandito dal padrone di casa, un temibile prendingiro, con indugi e reticenze da far spasimare. Cavallo, tennis, nuoto, salto, corsa a piedi, canottaggio, bicicletta, sono i "compitl delle vacanze" di questi fortunati ragazzi, incluse beninteso le bambine. Trovare i premi delle gare, una volta assegnati, diventa un gioco in più, basato sulla distribuzione di buoni che grazie alla munificenza della coppia Miramonte riservano ogni volta una spettacolare sorpresa. Don Chisciotte non è un libro ma un cavallo, premio meraviglioso per una bambina appassionata di equitazione; Frullino, un aereo monoposto; persino i premi di consolazione sono biciclette nuove fiammanti.
Altrimenti, a parte qualche partita di tennis qua e là, lo sport non è molto presente nei volumi della collana. Sono in gran voga invece le recite, in Per l'onore di Roccabruna di Marguerite Bourcet; in Pasqua radiosa di E. De Cys, dove al piccolo Bubi viene affidato il ruolo e l'ingombrante costume di una cipolla; in L'erede di Ferlac di nuovo della Bourcet, divenuto L'erede di Ferralba in una edizione successiva.
Nel sunnominato Lupo, ci sei?, uno dei volumi più fitti di divertimenti vari (lo stesso titolo italiano deriva dal noto gioco), il motivo è duplicato. Dopo le sciarade in costume di cui uno del fratelli de Kerverec approfitta bassamente per tagliare alla sorellastra le belle trecce bionde, una festa campestre comprende un teatro all'aperto col sipario da alzare e calare, il palco addobbato di fronde e fiori e un sontuoso buffet, saccheggiato in un batter d'occhio dopo la recita. Veramente più che di recita pare si tratti di un varietà di numeri staccati: va da sè che la danza polacca di Wanda, la sorellastra osteggiata, sarà il numero più applaudito e la risarcirà di molti dispiaceri. Se non osteggiata, è sovente mortificata dai fratelli e da altri la Odilia di La casa misteriosa (D. Renaud), altro romanzo anni '30; qui si progetta un'operetta su Cenerentola e a Odilia rimarrebbe solo una particina di paggio, abolita per di più con prepotenza da una delle grandi che funge da regista.
Non è detto però che ci si travesta sempre e soltanto per recitare. C'è una festa in costume nel Braccialetto indiano di Germaine Verdat, un'altra nella Torre del Nord di Marguerite Goudareau. Il sesto capitolo del romanzo sulle traversie dell'Erede di Ferralba è dedicato a una fiera di beneficenza allestita in grande, con le giovani venditrici in costume. L'erede in titolo, impoverita e sacrificata in un impiego subalterno di damigella di compagnia, si trova a dover sostituire un'assente giustificata al banco delle antichità, vestita alla greca o giù di lì.
Essendo fine e aggraziata come nessuna, fa una splendida figura e vende più delle signorine agli altri banchi: di nuovo una situazione di risarcimento, tipica delle trame con orfanelle di nobili origini.
L'enumerazione di questi spassi e trattenimenti sarà forse un po' lunga, ma dovrebbe esser servita a dare un'idea degli effetti di rispecchiamento, o d'eco con variazioni, che contribuiscono a giustificare la tenace presa della collana sulle lettrici di allora. Venne il momento in cui questo gioco di rimandi cominciò a sembrare ripetitivo e risaputo: allora - negli anni '50 - la Biblioteca dei Miei Ragazzi prese fine.
E' tempo di ricordare che chi dice giochi di solito intende anche giocattoli; e questi infatti trovano i loro spazi tra le pieghe di queste trame. Nella Casa misteriosa i giocattoli di pezza di Odilia sono presenze mai trascurate, in particolare l'orso che porta con sè quando scopre la breccia nel muro da cui si giunge alla casa sprangata e silenziosa, la maison aux jeux fermés del titolo origi-nale. Il primo volumetto dedicato alle indagini del signor Tito offre parecchi particolari sulle bambole di Bice, una coetanea (otto anni) di Odilia. C'è quella troppo bella, che la mette in soggezione, e Tristezza, chiamata cosi per gli occhi sempre socchiusi a causa del meccanismo inceppato, e la malconcia Diletta, amata quanto brutta. Il motivo è replicato dalla Gigiona di Lodoletta e Barbablù (Giorgio Louza), un'orrenda vecchia bambola, compagna inseparabile non di una bambina, questa volta, ma dei quasi-gemelli Pif e Puf, cinque anni e sei e mezzo. Fa parte della libertà mentale di cui dà prova sovente il versante francese della collana questo fatto di mostrare come anche un paio di maschietti possa giocare con passione alle barnbole.
Ma tra i giocattoli il personaggio di maggior rilievo è senza dubbio il pierrot di Un pierrot e tre bambine di Berthe Bernage, che è il primo motore della trama e l'elemento collegante fra le tre protagoniste tanto diverse per carattere ed estrazione sociale, borghese ricca, merciaia povera, straniera invalida e viziata. E' chiaro dalle descrizioni che si tratta di un pezzo unico, creato da un vero artista che ha saputo dargli un'espressione sfumata tra l'ironia e la sensibilità, cosi da renderlo "malinconico e buffo nello stesso tempo". Un giocattolo di lusso, passato in funzione di catalizzatore e quasi di deus ex machina in un cortile operaio e poi alla camera di un'invalida capricciosa, che contribuirà a correggere e guarire.
Questo e forse il titolo più democratico della Biblioteca, ma anche in altri si può trovare un correttivo allo snobismo di cui sopra. Ai trattenimenti organizzati nel parco di un castello può contrapporsi l'egalitaria moscacieca giocata per la strada, in epoca napoleonica, dalla figlia e la nipote del giudice Bruneroy con le bambine del macellaio: Yvonne Loisel, La casa dei garofani bianchi.
E non dimentichiamo il gioco a nascondino.