Proprio così. I felini più importanti della BMR, quelli meglio tratteggiati e che hanno una grande parte nell'azione, sono monocromatici. Neri sono due gatti magnifici: Matù, un angora ( Otto giorni in una soffitta) e Davide, un persiano (La misteriosa scomparsa del signor Tito) nonché la pantera Miciona ( Le avventurose vacanze del signor Tito). Un po' di bianco lo troviamo solo sulla pelliccetta di Fofò (Euro ragazzo aviatore) che però è macchiata di nero: Fofò è infatti il tipico gatto europeo, non meno bello dei suoi alteri compagni orientali.
1. Un micino disinvolto in giro per il mondo

La figura di Fofò è certamente quella più curata tra tutti i gatti della BMR e suscita sentimenti di tenerezza e di ammirazione. Infatti si tratta di un micino di pochi mesi la cui arma principale è il flebile miagolio ma anche di un tipetto coraggioso e intraprendente. Basti dire che senza di lui l'idrovolante Vinci avrebbe concluso il giro del mondo alla prima tappa dissolvendosi nelle mille schegge di una colossale esplosione!
Peccato che Fofò sia il personaggio di un libro pressochè dimenticato cioè di uno di quelli sostituiti nel dopoguerra con altri titoli in quanto ispirati all'ideologia fascista.
In realtà " Euro" non è poi così ostentatamente fascista come lo sono altri e come lo è il suo stesso seguito Euro ritorna: la freccia azzurra . Forse lo si poteva anche assolvere: bastava, all'uopo, intervenire sul solo capitolo XXVII "Un angolo d'Italia in Siberia" dove lo scalpellino Giovanni, pur perfettamente integrato nella società sovietica, è presentato anche come un ardente fascista. A far le cose con garbo, sarebbe stato un intervento senza conseguenze sulla trama. Giovanni a parte, il testo che rimane è certo intriso di virilismo e di nazionalismo propri ,del resto, dell' epoca, ma in fondo non è che l'avventurosa vicenda del giro del mondo compiuto da un aviatore fanciullo che è accompagnato da un motorista fifone e da un ganster redento
E da Fofò.
Fofò, la sua bianca mamma e i suoi fratellini monocromatici (uno bianco e uno nero) sono comodamente istallati sull'idrovolante Vinci quando il pilota Lorenzo Alati, padre di Euro, sale a bordo la prima volta. Alati impedisce che la famigliola felina sia scacciata perché ritiene che ciò porti sfortuna. In effetti la mamma micia e i figli micini partecipano a vari voli di prova del Vinci: però quando l'idrovolante parte per il volo " vero" a bordo è rimasto solo uno di loro: il gattino bianco e nero.
La storia di quel volo è avventurosa. Si trattava di battere il record di velocità del giro del mondo, assicurando gloria all'aeronautica italiana e gettando le basi per una rotta regolare dei nostri idrovolanti intorno alla terra. Come pilota viene scelto l'asso Lorenzo Alati che, invitato a nominare un secondo, prende con sé, fra la perplessità generale, il figlio quattordicenne Euro. Questo bel nome non c'entra niente con la nostra attuale moneta, è ovvio, ma è quello che nell'antichità classica si dava al vento di sud-est, cosa che insieme al cognome, segna il destino "aereo " del ragazzo.
Il giro del mondo, anticipiamo, si compirà nel tempo previsto di undici giorni proprio ad opera di Euro nonostante "losche potenze straniere" cerchino in tutti i modi di boicottarlo: si passa dall'opposizione di formalità burocratiche al proseguimento del viaggio , nei varii porti in cui il Vinci fa rifornimento, fino a svariati tentativi di abbatterlo e di ucciderne gli occupanti. Chelazzi continua per tutto il libro a non dare un nome alle sue losche potenze ma si capisce benissimo che i nemici del Vinci sono due: gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, accomunati in una specie di par condicio del male
E torniamo a Fofò, che all'inizio del viaggio è ancora senza nome. Bisogna dire che quella tenera creaturina, la stessa che un giorno l'ex gangster Giorgione definirà " un essere soprannaturale con le sembianze di gatto" , comincia subito a dar prova del suo valore. E' l'unico ad aver capito, infatti, che a bordo c'è una bomba ad orologeria e tanto fa e tanto miagola finchè il pilota Alati gli dà retta e scopre l'ordigno appena in tempo per salvare il Vinci: lo getta da un finestrino rimettendoci però due dita.
Ricoverato in un ospedale di Horta ( Azzorre) Lorenzo Alati è impossibilitato a proseguire il viaggio: allora il figlio quattordicenne si prende la responsabilità di continuare il giro intorno al mondo, spinto dalla nobile idealità di giovare alla patria. Ciò vorrà dire per Euro sobbarcarsi 28400 chilometri in volo sui 31845 totali ( vedere la cartina e lo specchietto alla fine del libro) e sciropparseli tutti dal primo all'ultimo, dato che il motorista Martellini , che pur saprebbe pilotare, si fa prendere da crisi di panico alla sola idea.
Dopo la partenza da Horta, i rapporti fra Euro e il micino che ha salvato il Vinci si fanno sempre più affettuosi. E' il ragazzo che, respingendo ( meno male) il suggerimento di Martellini di chiamarlo Pelopida, lo battezza Fofò, nome onomatopeico che deriva dal suo gentile strusciarsi e lo nutre con ogni cura dandogli latte e prosciutto salato: cibo per la verità non molto adatto a un gattino specie se dell'età di Fofò che tuttavia sembra gradirlo molto.
Intanto i loschi agenti delle solite, invidiose potenze straniere continuano a boicottare l'impresa del Vinci. A Chicago Euro viene addirittura arrestato e se può riprendere il volo senza perdite di tempo lo deve alla "conversione" di un Innominato in sedicesimo, l'italoamericano Giorgione, detto " Il re dei gangsters". Costui , che è un uomo potentissimo, spazza via ogni intralcio di modo che il Vinci può ripartire nel tempo previsto: a questo punto sale a bordo anche lui, ben deciso a tornare in Italia ovrà vivrà da persona perbene. Dopo altri guai minori (ma neppure tanto, visto che il Vinci, sul Pacifico, viene addirittura mitragliato dai caccia americani) , Euro e compagni arrivano ad Honolulu dove avverrà l'episodio più drammatico del viaggio: il ragazzo viene rapito!
E qui Fofò prende di nuovo in mano la situazione da par suo. In breve sbarca sul molo e, miagolando in modo pietoso, convince Giorgione, dapprima scettico, a seguirlo: è una lunga strada che li porta fino nell'interno dell'isola, in un bosco intricato e poi su per una montagna
ma Fofò non ha esitazioni e conduce il suo compagno fino a una grotta ove giace Euro, narcotizzato. L'ex ganster se lo carica in spalla e, sempre preceduto dal gattino , torna all'idrovolante. Dopo un simile exploit ci possiamo stupire se Giorgione definisce il micio " figlio adottivo, fratello, salvatore?"
Non basta. A Tokio, il Vinci riceve un'accoglienza trionfale dato che i giapponesi si riveleranno gli unici ad essere sinceramente entusiasti dell'impresa italiana : né poteva essere diversamente date le simpatie politiche dall'autore. Pure le losche potenze si danno ancora una volta da fare e arrivano al punto di incendiare con l'olio combustibile la rada ove l'idrovolante è ammarato: la salvezza è dovuta ancora una volta ai miagolii di Fofò che allerta i compagni, stanchissimi e quindi profondamente addormentati. Appena in tempo : Euro se la sbriga a decollare con la solita bravura e salva la situazione.
Nell'ultima parte del libro, pur densa di eventi, Fofò non ha più occasione di compiere atti di eroismo: si limita ad essere presente, incoraggiando gli amici con la sua dolcezza e stando appiccicato a Euro durante la sua breve e intensa malattia, quella curata, con successo, dallo stregone cinese a Ta-ku.
Alla fine quando il Vinci torna in Italia e tutto si è concluso, Fofò è festeggiatissimo ma l'autore ci avverte che a lui nulla importava delle carezze degli altri: voleva solo stare con Euro.
Tuttavia il micino non ha nessuna parte nel seguito "Euro ritorna". Questa è soltanto un'opera di propaganda a favore dell'intervento fascista nella guerra di Spagna . Euro vi partecipa col padre che non ha saputo imporgli di starsene a casa, stavolta su un prototipo di elicottero perfettamente silenzioso ( la "freccia azzurra " del titolo) : ma di Fofò non c'è traccia.
Ai gatti, si sa, la politica non interessa e la guerra fa orrore.
2. "Miao
mrrr "

Se Fofò ha fatto il giro del mondo, Matù non mette il naso fuori di casa neppure per andare in giardino. E se Fofò era un micino, Matù è un bel gattone adulto: un Angora nero. Non meravigliamoci del colore: gli Angora sono forse i gatti bianchi per eccellenza, ma non mancano fra di essi quelli colorati .
"Matù" è la trasposizione italiana del francese Matou, che significa semplicemente " gatto", detto in senso affettuoso un po' come il nostro "micio". Il Matù di cui ci occupiamo vive nella provincia francese, e precisamente nella bella villa della signora d'Aufran. Gatto di immensa dignità, Matù ha le idee ben precise sui componenti della famiglia. Il suo unico amore è la signora d'Aufran: per il resto, giudica troppo rumorosi Francesco, Alano e Maurizio, non può soffrire lo zio Fil e tollera Maria e Leonia in quanto si occupano dei suoi pasti.
Però questo micio altero e selettivo prende subito sotto la sua protezione la piccola ospite della soffitta. E' lui stesso che, indagatore come tutti i gatti, presentendo qualcosa di insolito in soffitta sale le scale, scosta la porta semiaperta e va ad ispezionare l'intrusa. Il fatto che Nicoletta abbia sulle ginocchia la bambola del salotto lo predispone favorevolmente in quanto segno di familiarità. In breve la bambina riscuote la sua piena approvazione che si trasforma prestissimo in amore, del resto ricambiato con slancio.
Da quel giorno, in casa vedranno poco Matù e si spargerà la voce che il micio passa il suo tempo in soffitta ( esatto) a cacciare i topi ( sbagliato).
Quando la signora d'Aufran ritorna , Matù, che si trova come al solito con Nicoletta, percepisce l'arrivo dell'amata padroncina e scende ad incontrarla: riunione affettuosissima, la loro, anche se la signora lo rimprovera di essersi isolato in soffitta appresso ai topi. Di fronte a tanta futilità, ci avverte l'autrice, il bel micio alzerebbe le spalle, se potesse: e capisce che deve assumersi in prima persona il compito di riunire i suoi due grandi amori. A base di " miao, mrrr" costringe la mamma dei ragazzi a seguirlo su per le scale fino alla soffitta e a Nicoletta. E quando quei suoi due grandi amori si sono incontrati e si sono piaciuti, Matù rimane compostamente seduto a godersi la scena della giovane donna e della bimba abbracciate. Ed è felice.
3. "Il mio dovere di gatto che ha un cuore"
Ben più drammatica è la storia di Davide, un persiano dalla suntuosa pelliccia nera. Dobbiamo subito premettere che, se c'era una spiegazione logica del perché Fofò e Matù si chiamassero così, non sapremo mai perché Davide porta un nome così poco felino.
La sua entrata in scena è da brivido: una mano si sporge da una finestra del castello sull'isola e lo getta perfidamente in acqua. Il povero gatto nuota ma non ce la farebbe mai ad arrivare alla riva se la scena non fosse stata notata dagli occupanti di una barca che scivolava tranquillamente sul lago . E' Titino, l'intraprendente figlio del signor Tito, a gettarsi a nuoto e a salvare Davide:il micio viene confortato e asciugato dalla sorella Mariù e da Lidia, la collaboratrice del grande investigatore, che villeggia con i ragazzi e si prende cura di loro ( il signor Tito, come al solito è o sembra essere assente e lontanissimo).
Titino e Mariù decidono di adottare il felino, naturalmente, ma mentre sono intenti a scegliergli un nome, propendendo per l'insulso "Belmicio", la loro domestica, nativa di quel paesetto ticinese , lo riconosce appunto come Davide, il gatto del signor Scaramelli, l'erudito ex proprietario del castello. Scaramelli, racconta la donna, avendo subìto un tracollo finanziario, ha venduto la sua dimora avita a certa gente che non piace a nessuno e si è ridotto in un villino minuscolo sul lungolago: all'improvviso poi è scomparso, lasciando una lettera per il sindaco in cui affermava che se ne andava a vivere altrove. E non una parola sul suo gatto, lasciato in abbandono. La cosa fa ancora discutere i paesani i quali non si capacitano di una simile azione: tutti avevano potuto vedere quale grande amore legasse il signor Scaramelli al suo Davide . Quel Davide che fa continui tentativi per ritornare sull'isola dove pure hanno cercato di affogarlo
Da qui, naturalmente, si sviluppa l'avventura. Non ci vuole molto ai giovani investigatori e a noi ( il signor Tito, ovviamente, che è presente sotto mentite spoglie, sa già tutto) per capire che il padrone di Davide non se n'è andato ma è prigioniero dei " cattivi" nel castello.Il gatto lo sa così bene che si aggrega ad una spedizione notturna di Titino sull'isola,e qui giunto , prima che qualcuno possa trattenerlo sbarca e sparisce
Invano Titino lo cerca: ributtato sulla barca da un'ombra misteriosa (che è poi il signor Tito in persona) è costretto a tornare sulla terraferma con il cuore spezzato dato che è convinto che Davide sia caduto o stia per cadere nelle mani dei suoi nemici.
In realtà il micio si è nascosto in una cantina piena di libri ben deciso a non farsi catturare: oltretutto sente, al di là di un muro, la presenza del suo padrone ma nulla può fare per raggiungerlo. Per fortuna nella cantina scende il signor Tito, che sotto le spoglie del losco cameriere Girolamo si è infiltrato fra i cattivi i quali sono, giova ricordarlo, i membri di una banda specializzata nello svaligiare dimore suntuose: il castello sull'isola è diventato il loro quartier generale .
Tra "Girolamo" e Davide è subito feeling: l'uomo tiene nascosto il felino, prendendosi cura delle sue necessità, fino al momento in cui lo porta al piano superiore per farsi aiutare dal suo fiuto a scoprire la prigione del signor Scaramelli. Da principio Davide si comporta da vero gatto poliziotto, identificando il punto preciso dal quale si scende ai sotterranei: ma sentendosi così vicino al padrone, il gatto non si controlla più, emettendo un poderoso miagolio che fa accorrere tre dei malviventi, cioè Alessio, Gregorio e Vera: per fortuna Vittorio, il membro più robusto della banda, ha una gamba rotta.
Il signor Tito tenta di fuggire con il micio in braccio ma David è ormai scatenato e così si fa scoprire dai tre malviventi , mettendo in grave pericolo anche l'investigatore, che non se la sente di abbandonarlo. Per fortuna arrivano i nostri, rappresentati prima da Titino con Raffaello, poi dal conte di Miramonte con la polizia. La banda di ladri viene arrestata mentre l'intrepido micio conduce il signor Tito nelle viscere del castello, ove è prigioniero il suo padrone. L'incontro fra il signor Scaramelli e Davide è commovente. Apprendiamo che l'anziano studioso, recatosi sull'isola a chiedere il saldo del pagamento della sua proprietà, era stato sequestrato dai membri della banda che poi avevano preparato la falsa lettera di spiegazioni per il sindaco.
Tutto finisce bene. Il signor Tito arriva addirittura a comprare il castello che servirà per le vacanze di tutti loro: naturalmente, con delicato pensiero, il nuovo padrone stabilisce che il signor Scaramelli possa continuare ad abitarvi. A questo punto l'anziano signore, grato, vorrebbe regalare Davide a Titino: infatti ha notato il grande amore che regna tra i due. Titino ne sarebbe felice, ma un muto colloquio fra lui e il bel micio porta a risultati diversi. Il ragazzo e il felino si capiscono al volo: Davide sa che il suo dovere è rimanere con quel povero vecchio, tanto provato dalla brutta avventura da avere, forse, i giorni contati. Così, salta il grembo al signor Scaramelli,assopito su una sdraio e guarda Titino con occhi pieni di melanconia :
"Tu capisci, vero, Titino?"
"Capisco, Davide, capisco " disse Titino, a bassa voce.
E se ne andò.
4. La pantera che non mangiava le cameriere
Mantenendo lo stesso colore, il nero, cambiamo taglia felina.
La pantera nera del principe indiano Sascia nell' originale francese si chiama Douce-Pussy, un vezzeggiativo che il nome italiano, Miciona, richiama abbastanza. Bella e docile, Miciona non si segnala per un comportamento particolare se non quando si trasforma anche lei, come Davide, in un felino-poliziotto: lo vedremo. Comunque la sua presenza imponente dà luogo ad una delle scenette più divertenti e spiritose di tutta la collana. Quando la giovane cameriera Serafina, terrorizzata dalla sua presenza, minaccia di licenziarsi ecco ciò che le risponde l'austera governante Olga:
" Siete così sciocca da credere che una bestia come quella possa mangiare una ragazza come voi?...Che presunzione, questa gioventù!"
Serafina, sbalordita, non parlò più di andar via ma si mostrò anzi piena di rispetto per una siffatta bestia che non si nutriva di modeste cameriere: e le diede sempre del voi.
Questo avviene il giorno dell'arrivo del principe e della pantera alla villa di Miramonte. Poi la vita si assesta nella routine (avventure a parte) in cui Miciona si inserisce con grazia. La pantera vive nella camera di Sascia, accudita dal fedele servitore Simbad, e quando il suo padroncino la porta in società mostra una grande predilezione per Titino e Mariù. A tre quarti del romanzo c'è un'altra scena godibilissima, quando Miciona, rimasta socchiusa la porta della sua stanza, decide di andare a fare una visita di cortesia ai gatti della contessa Bella . Diciamo, fra parentesi, che anch'essi sono monocromatici : Lelio e Zanetto sono infatti due magnifici persiani neri. Quando Miciona entra nella camera della contessa i due gatti, fraintendendo le sue intenzioni, si mettono in salvo sull'alto di un cornicione dove si ritengono al sicuro: senza pensare, poverini, ci dice l'autrice, che essa saltava meglio di loro.
Ma Miciona lascia perdere quei due insoddisfacenti compagni di gioco e pensa di procurarsene un'altra: proprio la cameriera Serafina, entrata nella camera per preparare il letto della contessa. Con gentili zampate, quindi, la invita al gioco. Purtroppo la giovane cameriera non solo non è disposta a collaborare ma si mette a urlare come una pazza, attirando tutta la casa
la buona Miciona rimane avvilita e confusa e senza rendersene conto, puntella con la sua mole la porta della stanza cosicchè ci vuole un po' prima che la si possa aprire.
Alla fine del libro, come già detto, Miciona si copre di gloria in veste di felino-poliziotto. Infatti, annusato il berrettino di Bice, ritrova la bambina che, coraggiosamente, ha attirato il malvagio Artos nella cantina e lo sta facendo scavare alla vana ricerca di quel documento da lui tanto bramato : la povera piccola sa benissimo di essere a rischio della vita ma vuole stornare il pericolo dalla sua carissima Mariù. Miciona si getta sul bandito e gli dà una buona ripassata: ma nulla di grave né di cruento.
Nell'ultima, deliziosa vignetta del romanzo, vediamo una bambina bruna, una bionda e un ragazzino minuto che si tengono per mano, e, davanti a loro, sdraiata come un pacifico gatto, la nerissima pantera. Sotto c'è la didascalia:
Mariù, Bice, Raffaello e Miciona
i validi collaboratori del signor Tito
Maria Santini, 2006
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