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BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI

Buoni, cattivi e cattivissimi di Maria Santini

 

Maria Santini è nata a Torino ma vive a Roma da molto tempo. E' stata per molti anni preside di un Liceo romano. Scrive per l'editore Simonelli saggi e romanzi storici: ha scritto molto anche per la scuola, curando la riduzione e il commento di opere famose. Le sue passioni: i gatti e i libri. Di gatti ne possiede (meglio: ne è posseduta) quattro: di libri, tantissimi. Ci tiene a dichiarare però che il suo amore per la scrittura e la sua bibliofilia hanno le radici più profonde nella sua frequentazione infantile della Biblioteca dei miei Ragazzi, i cui libri meravigliosi le insegnarono a scrivere e a pensare.

Se un ipotetico maestro all'antica che avesse davanti, seduti nei banchi di un'aula, i ragazzi della BMR, volesse segnare sulla lavagna della sua classe i “cattivi” e i "cattivissimi”, non gli basterebbero spazio e gesso.

Guai se non fosse così: senza antagonisti coetanei (ma anche adulti) i nostri eroi sarebbero confinati nei limiti di vicende buoniste e quindi un po' insulse. Penso, per esempio, al “Carretto dipinto”, vero trionfo dei buoni sentimenti dove tutti sono generosi e altruisti e per trovare uno straccio di competitore bisogna affidarsi alla fuggevole apparizione del ladro che ruba la camicia di Giovanni e tenta di sgozzare il povero Pomice…

Veniamo quindi ai bambini “cattivi”. Dobbiamo subito dire che sotto questa etichetta si nasconde una tipologia molto varia: cattiva è Silvia di Carenna (“I guardiani del Faro”) e cattiva è Mina Grassi (“Attenta! I leoni!”): ma c'è una differenza enorme fra le due pur quasi coetanee, cioè quella che passa fra una ragazzina viziata e capricciosa e una piccola criminale che non esita ad arrivare al delitto.

Cominciamo dunque dai bambini che sono soltanto dispettosi, viziati e in genere insopportabili. E, se alcuni di loro nel corso del libro si “convertono” e vengono a più miti consigli, altri rimangono testardamente capricciosi. Si pensi alla terribile Luisella (“Il mistero di Morande”): sei anni di pretese e ricatti morali nei confronti dei troppo teneri genitori e di golosità punita da terribili indigestioni. Luisella però è così proterva da risultare alla fine quasi simpatica. Impagabile quando, spiazzando i genitori che si credono adorati e insostituibili, si dichiara entusiasta di andare in collegio:
“Sono proprio contenta… qui mi annoio, non c'è allegria, non si vede mai nessuno. Là avrò delle compagne con cui divertirmi, e mi divertirò più con loro che con la signorina Teresa, che è troppo grande per me e mi fa sempre le prediche. Sono felicissima di andarmene.”

Come darle torto?

Dello stesso genere, ma meno simpatica, è Silvia (“La tribù dei conigli selvatici”) . Figlia unica di genitori adoranti e molto ricchi, mette lo scompiglio nel gruppo Giannetto-Carlo-Paola, che sono i classici bambini vivaci ma disciplinati e ragionevoli. La specialità di Silvia consiste nel combinare disastri e darne la colpa agli altri: del resto è proprio la sua slealtà il motore dell'azione dato che i tre piccoli protagonisti, castigati per colpa sua, si gettano senza volerlo in una pericolosa avventura…

Odiosa senza appello è Sabina (“Le prigioniere di Casabella”) la cui caratteristica principale è un egoismo mostruoso combinato con la massima trascuratezza. Così la bambina pretende per sé le tortorelle della piccola Fausta di Casabella e poi le fa scappare dalla gabbia. A questo proposito però vorremmo osservare che i sistemi educativi delle signorine di Casabella, pur così infatuate della nipotina, erano piuttosto spietati: oggi nessuno priverebbe una bambina dei suoi animaletti per regalarli ad un'altra per quanto quest'ultima potesse ostentare di desiderarli.

Ma se per Sabina non c'è speranza, Luisella e Silvia diventeranno invece due adulte ben educate e ragionevoli. Luisella avrà come scuola la vita: dovrà infatti cercarsi un lavoro per provvedere al padre e alla madre usciti di galera, cosa che farà con buona grazia. La spigolosa Silvia diventerà pur senza traumi una signorina perfettamente educata né sarà per sua colpa che Giannetto, divenuto un aitante studente di medicina,le preferirà la quieta a casalinga Paola.

Altri bambini partono male ma divengono migliori in corso d'opera, per dir così. Lo stesso fratello di Sabina, Paolo, presentato come un ragazzino pigro e ipocondriaco, quando viene a contatto con i cugini Andrea e Bella, gli amichetti Gaggiola e la piccola Fausta si scuote dalla sua apatia, tirando fuori delle autentiche virtù: ha un'ottima manualità che gli permette di confezionare bei regali per gli amici e tutta quella generosità che manca a sua sorella. Sonia Bolsky (“Un Pierrot e tre bambine”), partita come un demonietto collerico e isterico, si trasformerà , soprattutto per l'influenza di Marcella ma anche del Pierrot, in una brava e operosa bambina e, quindicenne, mediterà di diventare “una piccola suora bianca a servizio dei poveri”.

Un altro caso di bambina terribile è rappresentato da Regina di Redmond (“Il fanciullo che venne dal mare”), divisa fra uno smisurato orgoglio e il sincero affetto per Berto-Rolando: al termine dell'azione del libro essa confessa al piccolo amico di riconoscere i propri difetti ma di non essere sicura di riuscire ad emendarsi. La già citata Silvia di Carenna , invece, si emenda anche troppo: passando dalla gelosia furiosa all'amore più sviscerato per Menichetta-Elena, risulta piuttosto invadente nelle sue manifestazioni affettive e nei suoi rimorsi.

Infine Andreina di Lussac (“La casa misteriosa”), prepotente e insieme insopportabile posatrice, avrà la lealtà di riconoscere, al termine della rappresentazione allestita dai suoi amichetti Rouvrais, che la piccola Lilia è stata una fatina molto migliore di quanto avrebbe potuto essere lei.

Ho lasciato per ultimo il caso più interessante, cioè quello in cui gli stessi protagonisti assoluti sono ragazzi pieni di difetti e difettacci, e il libro stesso è la storia della loro redenzione. Le vicende più traumatiche sono quelle di Margherita detta Reginella (“Reginella”) e di Tommaso detto Musone (“Le signorine dell'arcobaleno”) . Entrambi sono allevati nel lusso da congiunti che li trovano adorabili e soddisfano ogni loro capriccio: entrambi perdono tutto ed è proprio quello il momento in cui inizia il loro sforzo per migliorarsi. Perso il castello di Maisonneuve e le ricchezze, Musone si impone con coraggio di studiare e lavora addirittura come fattorino per mantenersi e non pesare sugli zii impoveriti. Il premio di tanta abnegazione arriva subito, perché il ragazzo ritrova insieme il perduto benessere e le sette piccole amiche che sono anche le sue cuginette… Ma se per lui è dura, per Reginella è durissima: non avrà durante tutta l'infanzia e l'adolescenza alcuna consolazione. Persa la ricchezza, gli amati genitori, la dolcissima nonna, finisce in un collegio dove una zia suora, pur benissimo intenzionata, cura la sua superbia con sistemi che alla nostra mentalità moderna appaiono francamente terroristici. Comunque sia, la Margherita adulta è una deliziosa ragazza senza grilli per la testa che si prepara a guadagnarsi la vita con l'insegnamento finchè l'incontro con Roberto, l'amichetto d'infanzia divenuto un giovane dottore, non la trasformerà in una moglie felice.

Non scherzano in cattiveria neppure i sei ragazzi Kervenec (“Lupo, ci sei?”), capeggiati e orchestrati dalla quindicenne Rosanna: furiosi più che offesi per il secondo matrimonio del padre, organizzano un vero e proprio mobbing contro la matrigna e la sua figlioletta Wanda, che invece sono la più dolce delle donne e delle bambine. Scherzi e giochi brutali che finiscono per mettere a repentaglio la vita della fanciulletta…così come la fuga da casa di Rosanna si risolve nel pericolo, per la ragazza, della perdita della vista. Ma poi tutto si appiana e i pentitissimi Kervenec diventeranno i devoti schiavi di “Mamussia” e di Wanda.

Anche il cammino di Regina Trezolli (“La prediletta”) non è facile. Il suo stesso carattere dispotico, la sua vanità e l'amore per la ricchezza congiurano a rovinarla: infatti quando i genitori si rendono conto del piccolo mostro che è la loro figlia tanto idolatrata e sempre preferita all'altra, la buona Elisabetta, scatta la punizione esemplare: verrà allontanata dalla famiglia per essere internata in un collegio molto severo. La redenzione di Regina avviene in extremis, praticamente all'ultima riga del romanzo quando Elisabetta le dimostra il suo grande affetto dichiarandosi pronta a rinchiudersi in quel collegio con lei: soltanto allora l'ex prediletta acconsente a mettere in discussione le proprie colpe.

Su un piano di maggiore leggerezza, infine, è la vicenda del “Tesoro meraviglioso”: qui i protagonisti sono bambini con difetti da bambini: indisciplinati, pigri, golosi, sfacciati con i grandi, esigenti, svogliati, rompicollo…e altro ancora. Ginetta, Lulù e Carlo da una parte, Gianni, Gisella e Mimì dall'altra, sono il gruppetto di cugini che viene guarito dai propri difettacci in un modo delizioso: con la permanenza di un'estate, insieme alla vecchia e saggia nonna, in una casa di campagna a lei lasciata dall' astuto cugino Massimo proprio a questo scopo. Così alla fine della vacanza i ragazzini scoprono quale era il tesoro meraviglioso che andavano cercando: nulla di materiale, come credevano, bensì l'equilibrio, il senso di responsabilità, la gioia data dal lavoro ben fatto. E la lezione è stata data con tanto garbo che né i piccoli protagonisti né tantomeno i lettori vi trovano qualcosa di pedante.

Passiamo ora a tre bambine le cui pesanti colpe sono ben poco infantili: Mina Grassi, che citammo, Isetta (“L'erede di Ferralba”), Spigolina di Alberosecco (“Il regno di Cenerentola”).

Delle tre la più antipatica e la meno difendibile è Mina, la ragazzina ipocrita che per meschina gelosia di mestiere mette in atto quell'attentato che quasi costa la vita a Lilia. Mina non si pente: la sua sciocca madre riesce a farla fuggire ma in Sudamerica si verificherà il contrappasso quando Mina, che ha ripreso a lavorare nel cinema, rimarrà sfigurata in un brutto incidente : così la sua carriera sarà per sempre troncata.

Isetta è un'altra grande colpevole: ha persuaso sua madre, la domestica Giannetta, al raggiro con il quale l'ha fatta passare per nipote della contessa Flamini, poi ha reso un inferno la vita della sua damigella di compagnia ed è la causa, sia pure involontaria, del grave incidente che riduce Editta in fin di vita. Tuttavia dobbiamo tener presente che la cattiveria di Isetta nei confronti di Editta è stata strumentale. Probabilmente l'avrebbe trattata benissimo (sappiamo che Editta affascinava tutti) come fa nel breve lasso di tempo prima che Giannetta riconosca nella nuova venuta la sua padroncina di un tempo, da tutti pianta per morta. Ma la presunta povera orfanella non soltanto potrebbe togliere a Isetta la posizione di erede dei Flamini ma costituire, per sua madre un bel passaporto per la galera: di fronte a tanto la ragazzina non esita a difendersi menando colpi bassi. Scoperta, il suo forsennato orgoglio la fa fuggire dai Flamini, per non doverne sopportare la pietà: già malandata in salute, approda a un preoccupante “Ospedalino del Buon Soccorso” dove le sue condizioni precipitano, mentre il suo terribile carattere si addolcisce fino al riconoscimento delle colpe avute. Quando vengono Informate di ciò, né Editta né sua madre pronunciano una parola di commiserazione e di perdono: ma la contessa non aveva promesso alla moribonda Giannetta di prendersi cura della figlia?

Spigolina di Alberosecco passa da un comportamento odioso all'eroismo. Falsa, sorniona, ipocrita, probabilmente del tutto plagiata dal terribile padre e dal fratello Bruto, Spigolina si presta ad attirare in trappola il principe ereditario Desiderio: ma poi al castello di Collefiorito, trattata da lui con gelido disprezzo, testimone dell'accordo perfetto fra il ragazzo e la dolce Viviana, Spigolina, oltretutto minata da una malattia mortale, si redime. A costo di rovinare suo padre e se stessa, fa fuggire il principe e, colpita per sbaglio da un colpo di pistola del signor di Alberosecco, fa una morte angelica.

Rimane la colpevole più antipatica di tutte: la tremenda Mercedes (“Il castello di ghiaccio”) . L'esotica ragazzina è quanto di più crudele e prepotente si possa immaginare: gira armata di frusta, pronta a colpire la povera Lisetta: definisce “ vecchia scema” la contessa di Laveno, alla cui generosità lei e suo padre devono l'attuale posizione: afferma di essere la discendente di re, con antenati che avevano diritto di vita e di morte su centinaia di schiavi: va a sbertulare Jolanda-Cicci, povera bambina, chiusa in una segreta del castello per sua istigazione, tormentandola con la sua malvagia logorrea: ne irride a tutto spiano le convinzioni religiose e la tratta da nullità indegna di esser presa sul serio quando Jolanda cerca di fare appello ai suoi (inesistenti) buoni sentimenti. Mercedes vuole il castello della contessa con tutta la ricca tenuta che lo circonda e vuole il potere che ne deriva per “regnare” sui sottoposti con i sistemi usati un tempo dalla sua famiglia nelle Antille.

Ma dopo tutto ciò, dopo avercela resa mortalmente odiosa, l'autrice decide di redimerla. Al termine del libro la trasforma, infatti in una giovane donna gentile e compita (merito del solito collegio) oltretutto destinata a diventare cognata di Jolanda, dato che ne sposerà il fratello Raul. Ed è per questa sua redenzione che, da bambina, non trovavo pace. Mi ripetevo: “Non vale…non vale assolutamente”.

©Maria Santini, 2006 per il sito Biblioteca dei Miei Ragazzi