Comprai il mio primo libro – voglio dire
scelto e pagato da me – su una bancarella di libri usati sotto casa. Avevo undici
anni e venti lire. Me ne ricordo come fosse adesso. Il libro era La pupilla del
cardinale della "Biblioteca dei miei ragazzi", Salani. La scelta non era eccelsa:
rispondeva a un criterio di bouvarinismo, come dice Daniel Pennac quando parla
di letture d'evasione un po' sceme con le quali commettere adulterio nei confronti
di libri più degni. Infatti avevo già divorato altri romanzetti
di quella collana e mi erano piaciuti. Trovarne uno a poco prezzo mi parve una
gran fortuna e da quel giorno ogni sabato, anche se non avevo soldi, tornavo
a rovistare in quel carretto delle meraviglie, sotto gli occhi vigili del venditore
che sospettava in me una lettrice a sbafo più che una cliente.
Nell'immediato dopoguerra le bancarelle di
libri usati erano una delizia. Sembrava che intere biblioteche si fossero rovesciate
su quei carrettini dove compariva roba introvabile nelle librerie. La censura
fascista prima e la guerra poi avevano rallentato di molto il lavoro editoriale
e la produzione libraria. Più tardi uscirono collane a prezzo modico,
per esempio la Bur o i Canguri della Feltrinelli e cominciammo a caricarci di
rate Einaudi in modo assolutamente sproporzionato alle nostre povere finanze.
A me comunque rimase sempre la passione per le bancarelle dell'usato anche se
anno dopo anno diventavano sempre più striminzite, spazzate via dal traffico.
Molti ex bancarellari aprirono regolari negozi, altri chiusero l'esercizio.
Molte bancarelle resistono tuttoggi, nei lungomare
estivi, nei lungofiume cittadini, a ridosso delle università, nei luoghi
deputati all'usato come Porta Portese o piazza Fontanella Borghese a Roma, i
portici di San Babila a Milano, i giardini del Frontone a Perugia, i tanti rivenditori
di Firenze. Tuttavia hanno perso quasi del tutto quel fascino del "fattore sorpresa",
anche se a volte si dà il miracolo di trovare qualcosa che meriti. Il
mercato antiquario (ahi, c'è sempre un mercato di mezzo) s'è fatto
furbo e ramazza tutto quello che vale la pena, anche taroccato. E lì i
prezzi sono un ostacolo che toglie ogni voglia di provarci. Sicché sui
carrettini arriva poco, e quel poco costa quanto i classici scontati in libreria,
a meno che non abbiate proprio la passione per copertine lerce, sedicesimi scollati
e un quinto volume, solo il quinto, di solito l'epistolario, di tutte le opere
del Metastasio di cui non troverete mai il primo, il secondo, il terzo e così via
(nemmeno in libreria).
Il colpo di grazia alle bancarelle è dato
dalla moda di abbandonare sulle panchine, in treno o in metrò qualche
libro già letto. Anche se ancora devo vederne uno degno: di queste fortune
capitano sempre ai giornalisti che poi le raccontano
.Le bancarelle restano utilissime per trovare
al volo qualcosa, che magari costerebbe giorni di vana ricerca nei negozi, come
Eros di Verga, Burè di Borgese, Le figurine di Faldella, La piccola signora
della grande casa di London, L'uomo che ride di Hugo. Un'introvabile antologia
scolastica dei poeti del Novecento, stampata a caratteri chiari e grossi, commentata
da Elio Gioanola e Vittorio Caproni, l'ho acchiappata sul motociclo di uno sgombracantine:
era una copia omaggio di cui qualche professore s'era disfatto. Un colpo fortunato
mi capitò di Ferragosto in città quando trovai nientemeno che "tre
copie tre" del libretto della Turandot distribuito alla prima della Scala il
25 aprile 1926. Sempre su una bancarella pescai un volume modesto, ma raro: Rapporto
a San Pietro di Hendrik Willem van Loon, l'autobiografia scritta prima di morire
dal celebre divulgatore olandese, tradotta e corredata di tavole fuori testo
per i tipi Bompiani
.Incontri curiosi
Sulle bancarelle si fanno poi curiosi incontri: tempo addietro ci trovai
una copia del Compendio del Capitale redatto da Cafiero e pubblicato ai primi
del Novecento nelle Edizioni Popolari. Sai che chicca, direte voi. Il bello era
che da una firma sul frontespizio risultava senza equivoco che quel Compendio
era appartenuto a un enfant prodige (non dico chi) che all'università ci
straziava tutti affermando di aver letto Marx in originale, infiorettando con
citazioni del medesimo quasi ogni suo intervento politico e troncando così ogni
velleità di contraddittorio perché su Marx, a quei tempi, c'era
poco da ribattere. La mia gioia fu tale che non resistetti alla tentazione e
glielo misi sotto il naso: "Era da qui che saccheggiavi Marx?". Non negò,
anzi attaccò a dire che quel tipo di divulgazione era meglio dell'originale. "Allora
perché te lo sei rivenduto?", gli chiesi. Rispose, faccia di bronzo: "Perché,
come sai, ho cambiato partito e il Marx di Cafiero non mi serviva più".
Anche di questa tempra sono fatti certi "post".
©Lilly Bonucci,
dalla rubrica LEGGERE nel sito Liberetà.it,
2004