BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI

La “prediletta” con i jeans a vita bassa di Lorenza Reina

 

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BIBLIOTHEQUE DE SUZETTE

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La maggior parte dei libri della BMR si svolge in epoca attuale: ma naturalmente è un'attualità ormai per noi remota , dato il trascorrere degli anni e dei decenni. Infatti il periodo più fecondo di pubblicazioni sia sulla Bibliothèque de Suzette che su Salani è quello fra il 1930 e il 1940, ormai distante anni luce da noi per mentalità, costumi e tecnologie. E' questo, si è detto ripetutamente, il motivo per il quale i ragazzi di oggi non possono immedesimarsi con i loro coetanei protagonisti della BMR: viene loro spacciata come contemporanea una società in cui non vi sono – cito a caso – né telefonini né televisioni, né spostamenti in jet, né motorini, né pizza, né jeans a vita bassa, né reality, né zainetti, né cantanti rock né kleenex… una società nella quale in genere sono soltanto i maschi ad andare a scuola mentre le bambine vengono educate in casa e di solito portano le trecce e neppure si immaginano che l'ombelico possa essere mostrato : un'epoca in cui è considerato un disonore farsi curare all'ospedale e via dicendo.

Ci sarebbe solo un modo mediante il quale i ragazzi di oggi – e non tutti, solo quelli veramente amanti della lettura – potrebbero gustare questi piccoli capolavori cioè storicizzandoli, considerandoli romanzi in costume. In tale prospettiva non sembrerebbero antiquati.

Eppure…

Eppure vi sono alcuni fra i numerosi testi della Bibliothèque de Suzette-BMR che sono meno invecchiati di altri, anzi non lo sono per niente: basterebbero ritocchi minimi, puramente ininfluenti sulla trama e sui caratteri, per trasportarli all'epoca nostra. Non dico che giudico auspicabile una simile manipolazione, si badi bene: mi limito a prendere atto della fondamentale modernità di alcune vicende.

Prima però, per spiegare meglio la mia idea faccio l'esempio di un testo fra i più belli e popolari della BMR che però ormai deve essere considerato un vero e proprio romanzo storico: “ L''erede di Ferlac” (pubblicato in Suzette nel 1922). Infatti ogni tentativo di trasportare ai nostri giorni la dolorosa vicenda di Edith (mi si consenta di cassare l'orribile “Editta” a cui i traduttori nostrani, per far mostra di zelante italianità, ci hanno abituato) la farebbe crollare dalle fondamenta non diversamente dal medesimo tentativo operato, magari, su “La pupilla del Cardinale”

L'azione è messa in movimento dalla strana situazione della famiglia dei conti de Ferlac. Il padre di Edith è “rovinato” ( capita a diversi genitori BMR) quindi decide di rifarsi una vita nelle piantagioni di gomma di Giava: si porta appresso la moglie e lascia nel castello avito la figlioletta Edith, di dieci mesi, troppo delicata per essere trapiantata in quel clima. Così per tredici anni padre e madre rimangono a Giava e la figlia in Francia (o nella strana Italia inventata dal traduttore), senza incontrarsi mai …e il fatto che non si conoscano è essenziale, si badi bene, per lo sviluppo della vicenda.

Al giorno d‘oggi tutto ciò sarebbe francamente risibile dato che le distanze si sono accorciate essendovi i nervosi jet al posto degli imperturbabili transatlantici. Pur dimorando in Francia come regola, Edith avrebbe potuto fare frequenti visite ai genitori – pochi mesi a Giava non l'avrebbero certo uccisa – e loro a lei: e se si vuol dire che i voli transcontinentali costano, beh ricordiamo che i de Ferlac non erano poi in una miseria così grande se mantenevano un intero castello con tanto di servitù e di precettori per la bambina troppo delicata anche per andare in collegio: un giardiniere in meno, ed ecco pagati i viaggi aerei della famigliola. Quanto al fatto anch'esso altrettanto essenziale per lo sviluppo della trama, cioè che Edith non veniva bene in fotografia… questo poteva capitare, forse allora, con macchine fotografiche ben più rudimentali delle nostre: ma adesso, con i videofonini, i filmini, la tecnologia digitale, ciò non sarebbe credibile.

Andiamo avanti. Ben strani i rapitori della povera Edith, divisi fra l'animo di criminali e quello di “fittavoli “. Svolgono le trattative per posta e quando queste sono troncate per mancanza di risposta decidono di tenere per sempre prigioniera nella loro fattoria la ragazzina che ormai ha visto troppo: ne faranno, come dice la drammatica servetta Rosina “una garzona fino alla fine dei suoi giorni”. Oggi le trattative di un riscatto si fanno per telefono, per mail, forse per Internet…e i rapiti, se sorge qualche intoppo, non vengono declassati a collaboratori domestici ma, ahimè, ammazzati con spietatezza.

Un ‘altra cosa non credibile oggi è che Edith venga assunta dai Flamini come damigella di compagnia per migliorare, con la sua innata grazia e distinzione, il comportamento e l'indole della coetanea Isetta. E' da quel dì che le damigelle di compagnia non esistono più. Oggi una ragazza nella situazione di Isetta, creduta una nipote e diventata l'erede di una famiglia ricchissima, lungi dall'essere chiusa in casa con un'orfanella, per quanto volenterosa e gradevole, verrebbe spedita a studiare all'estero, in Inghilterra per esempio, o in America.

E veniamo all'incidente di Edith. Come è noto, la poverina, per difendere proprio Isetta, cade sotto le ruote dell'automobile di Liliana e Lorenzo dei Lauri e rimane più o meno schiacciata. Subito Isetta si fa avanti e, sia pure per motivi del tutto egoistici, dà un ordine che noi oggi troviamo del tutto sensato, cioè propone di trasportarla all'ospedale: ma Liliana la rimbecca subito aspramente, dicendo fra l'altro: “ Non voglio essere io ad infliggere a questa piccina così fine e delicata il dispiacere di trovarsi all'ospedale…”

La piccina fine e delicata ha, poveretta, un piede schiacciato, un polso slogato, la commozione cerebrale e forse altre fratture ed emorragie interne: anche considerando gli standard dell'epoca il suo posto era all'ospedale: ma tant'è. Quindi Edith viene trasportata in ambulanza al palazzo dei suoi genitori, l'infedele Giannetta la scambia per Isetta così che le prende un colpo e poi, in punto di morte, confessa tutto… in tal modo l'azione si muove e va al suo compimento, cosa che non sarebbe successa se la pur moribonda Edith fosse stata ricoverata.

Prendiamo invece un romanzo che nulla perderebbe dallo svolgersi all'epoca nostra: “La prediletta”. E pensare che questo testo è più antico rispetto a “L'Erede di Ferlac” perché la sua prima stesura risale agli inizi del Novecento. Eppure c'è ben poco da restaurare: si tratta infatti dello studio psicologico su una famiglia. L'indagine si appunta particolarmente sulle due bambine: la maggiore, Elisabetta, altruista e assetata d'affetto, la minore, Regina, egoista, orgogliosa e amante del lusso. Curata è anche la presentazione dei genitori: è più oggettivo, nella valutazione delle figlie, il padre mentre la madre è sfrenatamente infatuata della brillante secondogenita. Anche qui il motore dell'azione è la rovina economica della famiglia, rovina che però è molto più credibile di quella dei Ferlac o dei Monenti (“Il segreto dell'uomo di ferro”): i Trezolli devono lasciare il palazzo di Milano (Parigi nell'originale) ma non per un immenso castello avito bensì per l'unica proprietà che si è salvata dalla bancarotta, un malandato villino in campagna che è tutto quanto resta della dote della signora Trezolli. Ebbene, svecchiamo un po' gli ambienti, gli abiti di Elisabetta e Regina (quale ragazzina in jeans di oggi impazzirebbe per la vestaglia di seta cruda e la pettinatura rigonfia?), attribuiamo alla cugina Luisa una bella Rolls (per meno una donna così ricca non ci si metterebbe) invece della carrozza dai soffici cuscini…… e siamo all'epoca nostra senza aver cambiato nulla della trama.

Ancor più moderno risulta “ Otto giorni in una soffitta” (1929). Potrebbe capitare anche oggi che una bambina fugga da una situazione insostenibile e che altri fanciulli decidano di proteggerla ma, non fidandosi degli adulti da cui sono circondati, la nascondano, nutrendola come possono.

Certamente la soffitta 2006 non è più una soffitta: oggi non usa più sprecare spazio prezioso per lo sbratto e la chiamiano mansarda. Calandosi dal lucernario ( niente di strano: Mamma Dufflet e i d'Aufran abitano in una villa bifamiliare) Nicoletta si trova in una stanza forse attrezzata a studio, forse adibita a poco usata camera per gli ospiti. Su un divano o su un letto starà un po' più comoda che nel lettino con le sponde di Maurizio…

Anche la composizione della famiglia è leggermente cambiata. C'è sempre lo zio Fil, con la sua colossale distrazione, ma non è venuto a fare da chaperon alla mamma dei ragazzi, una vedova considerata troppo giovane, allora, per vivere sola :oggi a queste cose non ci si bada e , probabilmente, zio Fil è presente perché abita con la famiglia del fratello da sempre. Mancano, invece, Maria e Leonia: chi ha più cuoca e cameriera fisse, al giorno d'oggi? Esse sono sostituite da un'unica sebbene altrettanto materna domestica straniera, filippina o ucraina .

I cibi serviti dai ragazzi a Nicoletta sono più o meno gli stessi, ma rubacchiati dal frigorifero e con una generosa aggiunta di merendine e tranci di pizza. Da bere, ovviamente, Coca-Cola. Per distrarre la bambina, oltre che la bambola e il gatto Matù, sempre attuali, ci sono i giornaletti, i libri di Harry Potter, la play station e soprattutto, dovendosi rinunciare alla televisione per motivi di trasporto fino all'ultimo piano, il videofonino… Ma la sostanza del rapporto tra Francesco, Alano e Paolo da una parte e la loro piccola protetta dall'altra è la stessa che nel 1929 e l'avventura è ugualmente godibile.

Fermiamoci qui. Ma, dato che amo lanciare sfide: c'è qualcuno che vuole seguirmi nel gioco di modernizzare un altro testo?

©LORENZA REINA, 2006