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Già sappiamo come nei primi anni Trenta
Salani e Marietti traducessero alcuni volumi della Bibliothèque de
Suzette per il pubblico italiano.
Marietti si limitò a 18 volumi, Salani ne editò un numero assai
maggiore, oltre 50, con ristampe che perdurarono per tutti gli anni Quaranta
e Cinquanta e, in formato diverso e con minor successo, fino ai Settanta.
Il minor successo di questi ultimi anni risiede senza dubbio nell'obsolescenza
delle trame e dei racconti: se negli anni Settanta un ragazzino poteva ancora
leggere con piacere le avventure esotiche di Sandokan o i romanzi di Jules Verne,
chiaramente situati in un tempo e un luogo diverso, difficilmente avrebbe accettato
una trama fatta passare per attuale dove manca la televisione, la radio si ascolta
con grande difficoltà ad orari fissi, le automobili sono appannaggio di
pochi, e le case sono piene di governanti e maggiordomi, specie quest'ultima
esaurita da tempo. I romanzi francesi della BMR si datano in maggioranza negli
anni Venti e si sente in ogni loro singola riga.
Essi sono stati tradotti dal francese, da una
collezione, quella di Suzette appunto, che si colloca nel panorama letterario
per l'infanzia sin dagli inizi del secolo.
Salani acquista i diritti di riproduzione forse all'inizio degli anni Trenta,
quando stende il piano editoriale di questa nuova collezione, ma pubblica poi
con molto ritardo una buona parte dei titoli, alcuni verso la fine della collezione “storica”,
a ridosso della guerra, se non addirittura nei primi anni Cinquanta.
I romanzi datati anni Venti potevano anche passare per attuali negli anni Trenta:
in fondo, non era di molto cambiato lo stile di vita dal decennio precedente;
la percezione della datazione dei testi sorge palese negli anni Quaranta e Cinquanta.
Di questi anacronismi, insieme con alcuni evidenti “peccati” di traduzione, ci
occupiamo in questo studio
.
Prendiamo l'Erede di Ferlac, un ottimo esempio di travisamento dell'originale
per molti motivi. Il volume fu editato una prima volta da Salani nel 1932.
I nomi, qui, sono rimasti quelli originali, perché ancora il regime non
aveva imposto l'italianizzazione dei nomi nelle traduzioni dall'estero. E ciò ci
consente di comprendere meglio la trama, che nell'edizione successiva, l'Erede
di Ferralba, che appare nel 1941, risulta alquanto oscura, soprattutto per dei
fanciulli (fanciulle) che poco o nulla possono sapere delle usanze estere in
materia di nomenclatura degli ordini nobiliari. Editta non sa di essere in casa
dei propri genitori, tenuta come damigella di compagnia, perché costoro,
di ritorno dalle Colonie, hanno cambiato nome.
Francamente, quando lessi l'Erede di Ferralba, da bambina, non riuscii a capire
un fatto del genere. Da adulta compresi che i genitori di Editta avevano ereditato
il titolo e il nome da uno zio deceduto, come si usa tuttora in Gran Bretagna:
il conte di X, quando eredita da un nonno o da uno zio il ducato di Y, diviene
egli stesso il duca di Y. Così accade al padre di Editta, che da conte
di Ferlac diventa conte di Sandringham per motivi di eredità (ma nell'originale
diventa lord Sandringham). Il fatto succede esattamente al momento del suo ritorno
dalle Colonie (anzi, l'aver ereditato una fortuna è il motivo del ritorno,
e il fatto che la nave faccia naufragio è il succo della trama del romanzo),
sicché Editta non ritrova il suo nome tra gli scampati, perché Sandringham è un
nome che non le dice nulla.
Ma noi, il lettore, abbiamo capito tutto: a patto di leggere l'Erede di Ferlac,
dove ciò viene, se pur malamente, spiegato; nell'Erede di Ferralba tutta
questa logica spiegazione per il mutamento di nome viene bellamente saltata … e
ancora, si dice a un certo punto che Editta ha assunto il nome di suo padre per
presentarsi come damigella di compagnia: Editta Andrei … mentre nell'Erede di
Ferlac, Editta si chiama Editta Aubry, che è anche il nome di battesimo
di suo padre. Ecco dunque l'importanza che assumono i nomi originali in una trama
così complicata e piena di suspence: fanno per così dire
chiarezza al lettore, mentre nell'edizione forzatamente ‘italianizzata' si perdono
tutti quei collegamenti che fanno intendere come stanno le cose e come andranno
a finire. Perché non dimentichiamo che il lettore della BMR ha dagli otto
ai dodici anni, e deve pur indovinare come finiranno i drammi di cui sta leggendo
Ed ora vediamo cosa ci dicono le illustrazioni. L'edizione successiva dell'Erede
(Ferralba) mantiene le medesime illustrazioni della prima (Ferlac), tranne una.
Si tratta dell'illustrazione della scena dove Editta, ferita, viene portata via
in ambulanza (a proposito: l'opinione della platea è che Editta non debba
andare all'ospedale, bensì ritornare a palazzo per esservi meglio curata,
e anche questo indizio ci fa capire che l'epoca è assai remota, cioè di
quand'era uso comune ai nobili e ai ricchi farsi curare e financo operare in
casa, perché l'ospedale era solo per i poveri e gli incurabili). Come
si vede dalle figure A e B, la scena originale era alquanto diversa, sia nell'abbigliamento
delle persone sia nella vettura stessa. Già negli anni Trenta, dunque,
si era sentita l'obsolescenza dell'illustrazione, poco rispondente all'attualità.
Allora, forse, il romanzo era stato scritto ben prima … di fatto, il romanzo
L'héritière de Ferlac appare in Francia nel 1923.

Fig. A-L'erede di Ferlac, 1934, pag.101
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Fig. B-L'erede di Ferralba, 1941,
pag. 105
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L'edizione Ferralba commette infine peccato
d'omissione. La contessa, al momento di accomiatare Editta che deve ritornare
in treno al convento, le dona dei cioccolatini e due ‘giornali illustrati'. Nell'edizione
Ferlac i due giornali illustrati erano ‘due numeri della settimana di Susetta'.
Ciò elimina dunque tutto il gioco dei rimandi che percorre la gran parte
dei romanzi di Suzette, che facevano pubblicità alla Semaine o si facevano
pubblicità l'un l'altro: non dimentichiamo che le autrici dei romanzi
di Suzette erano tutte amiche tra di loro e tutte collaboravano alla Semaine.
Gioco di squadra, insomma.
Nelle traduzioni italiane tutti questi accenni vengono eliminati, al massimo
si fa riferimento ai volumi precedenti di una serie, come ad es. nei romanzi
del ciclo del Signor Tito successivi al primo.Ciò mi porta ad introdurre
i travisamenti nel ciclo del Signor Tito. Ahimè, qual nome ridicolo, per
un grande e famosissimo detective quale doveva essere Sir Jerry Douglas.
E tuttavia, una traduzione s'imponeva, date le leggi del MinCulPop. Vediamo allora
i risultati delle forzate trasposizioni italiane. Sir Jerry, inglese trapiantato
a Parigi (abita a Passy), viene italianizzato, come tutta la famiglia allargata
dei conti di Miramonte, e già qui si perde la ‘diversità' dell'originale
(racconti collocati nell'ambiente socio culturale francese, con protagonista
non francese); non gli si riconosce un qualunque titolo che lo distingua (il
Sir dell'originale) e il personaggio viene, per così dire, ‘appiattito'.
Il figlio maggiore di Sir Jerry porta il suo stesso nome, Jerry, che in italiano
diventa Titino per distinguerlo dal padre Tito (mentre nell'originale Jerry viene
distinto dal padre semplicemente perché quest'ultimo è Sir Jerry);
mentre la sorellina Mérijou viene felicemente tradotta con Mariù (e
come dar torto al traduttore?: nel 1935 Vittorio De Sica canta appassionatamente ‘parlami
d'amore Mariù' e guadagna notorietà nazionale).
Lady Belle diviene facilmente la contessa Bella, mentre i nomi dei ragazzi sono
tal quali quando possibile, o traslati senza infamia e senza lode. Chi paga il
fio delle traduzioni è il povero Raffaello, orfanello salvato da maltrattamenti
e adottato da Titino nel Le avventurose vacanze del Signor Tito (uscito in volume
in Francia nel 1936, in Italia nel 1940), che in seguito non abbandonerà più la
compagnia. Il ragazzino, di umili origini, ha nome … Pépin.
Che sarebbe successo se il traduttore fosse stato napoletano? Peppino ci pare
avrebbe risposto meglio al personaggio, mentre Raffaello ci lascia perplessi,
sia per l'aristocraticità del nome, sia per l'evocazione di altre cose.
Ma il traduttore della Salani, si sa, era fiorentino … e il povero Pépin,
che nella sua adorazione per il suo salvatore lo chiama M. Chérie (non
dimentichiamo che l'autrice è per metà inglese e conosce bene il
pun, giuoco di parole dovuto alla differenza tra ortografia e pronuncia nelle
altre lingue: la pronuncia francese che Pépin fa di Jerry, nome inglese,
salta la doppia e assimila la J alla Ch), si ritrova nella versione italiana
a chiamarlo Sortitino … il che toglie tutta la poesia al nome storpiato dall'affetto
del trovatello, e ne fa un personaggio più risibile.
Ed ora veniamo all'epoca di questo ciclo,
che, come si sa, comprende otto titoli, di cui quattro editati nella BMR d'epoca,
altri due negli anni Settanta, e i rimanenti due ignorati. In Francia furono
pubblicati in volume a partire dal 1935, e ciò è evidente dall'abbigliamento.
Titino indossa di preferenza pantaloni alla zuava, di buon tweed, e suo padre
scarpe bicolori, e anche se le figure sono in bianco e nero, si vede che sono
bianche e marroni, come dovevano ben esser nei primi anni Trenta le scarpe che
accompagnavano gli abiti maschili sportivi.
La contessa Bella indossa di preferenza abiti morbidi, leggeri, e lunghi alla
caviglia … di gran lunga antecedenti agli anni Quaranta, quando il ciclo fa la
sua comparsa da Salani, e, se vogliamo, è leggermente démodée,
almeno rispetto ad altre signore contemporanee che già manifestano la
preferenza per quei modelli a vita bassa, stile Charleston - modernismo made
in USA - che troviamo in C'era una volta un Paggio, 1938 (dove ne abbiamo una
vera collezione perché Olga fa l'indossatrice e Pasquetta
gliene compra parecchi, sicchè cambia sempre abbigliamento) e in Otto
giorni in una soffitta, 1934, che era apparso nella Semaine del 1929. Si confronti
l'abbigliamento della contessa Bella con quello della madre dei tre ragazzi e
si veda come il genere sia alquanto diverso.
Può essere che Manon Iessel amasse disegnare una contessa in maniera sofisticata
e languida, oppure le illustrazioni risalgono ad un periodo leggermente precedente.
E tuttavia, i romanzi del ciclo del Signor Tito sono tra i più moderni
tra tutti quelli di Suzette tradotti da Salani, e lo sappiamo grazie l'utilizzo
dell'automobile

Fig.C- Il Signor Tito poliziotto privato,
ristampa del 1953, pag. 15
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Fig.D- C'era una volta un paggio,
1938, pag.19
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Fig. E-Otto giorni in una soffitta,
1938, pag.129 |
.Un elemento fondamentale per la datazione
dei romanzi è infatti il tipo di mezzo di locomozione. In diversi romanzi – uno
per tutti, Reginella – non vi sono che carrozze a cavalli; ne Il tesoro
meraviglioso nessuna delle due famiglie possiede un'automobile, tuttavia
citata nel testo come “oggetto di desiderio” da parte dei ragazzi.
L'automobile fa la sua comparsa come mezzo di locomozione privato “nella norma” solo
a partire dagli anni Trenta, e comunque solo per le famiglie abbienti. Nel secondo
libro del ciclo del Signor Tito l'automobile viene regalata ai ragazzi, i quali
imparano a condurla tranquillamente sul prato (senza patente … ovviamente), e
vi è addirittura una donna (Lidia) che guida e anche piuttosto bene.
Tutto ciò non poteva accadere negli anni Venti, quando l'automobile è ancora
rara (ci voleva sempre lo chauffeur, tradotto volta a volta come ‘meccanico'
o ‘autista', tanto che il personaggio che ‘guidava l'auto da sé' assume
la connotazione ben precisa dell'uomo forte e sicuro).Ne “La squadra dei sei”,
comparso nella BMR solo a fine serie, verso la metà degli anni Cinquanta,
lo zio decide di acquistare un'automobile per andare tutti insieme in vacanza.
Ma negli anni Cinquanta era già avviato il cosiddetto boom economico che
aveva permesso pressochè a tutte le famiglie di avere una seppur piccola
automobile, per cui è evidente che il fatto di acquistare un'automobile – chiaramente
fuor dell'usuale – deve datarsi a un paio di decenni prima almenoEcco dunque
che l'automobile assume la connotazione di “oggetto d'uso” che ci serve per datare
un romanzo della BMR, e la sua illustrazione ne affina la collocazione storica,
semplicemente perché le automobili sono facilmente riconducibili ai modelli
del periodo.
Fig. F-Tre per uno, uno per tre,
1937, pag. 23 |

Fig. G-La maschera grigia,
1953, pag. 133 |
Diverso ancora è il periodo delle illustrazioni
de Il Fanciullo che venne dal mare. Beatrice Solinas Donghi ipotizza un nom
de plume per una rielaborazione di un testo francese per questo misteriosissimo
romanzo del cui autore, Manfredo Giannini, non si sa nulla. Ci permettiamo di
dissentire.
Innanzi tutto di Manfredo Giannini esistono altre opere, e per quanto non sia
famoso, si tratta di una persona ben reale; probabilmente pedagogista, dà alle
stampe nel 1899 un Mabellini e la musica... etc. Segue Natale di bambini:
storie semplici (non datato) e Molto in poco: appunti per la 4a classe …etc.
apparso nel 1917 (i riferimenti bibliografici di Giannini sono reperibili alla
pagina AUTORI del sito Internet www.bibliotecadeimieiragazzi.it).
In secondo luogo riteniamo l'editore Salani, che con questo romanzo tra l'altro
esordisce nel 1931 nella Biblioteca dei Miei Ragazzi, abbastanza serio
per non prestarsi né a plagi né a finzioni. Il fatto più probabile è che
l'editore abbia chiesto a Giannini (forse un amico?, dopotutto era di Pistoia)
un primo romanzo per inaugurare la sua nuova collezione BMR, editata sul modello
della Bibliothèque de Suzette, e che questi abbia confezionato
il suo romanzo in modo tale che sembrasse una traduzione dal francese (perchè Salani
deve avergli mostrato qualche volume di Suzette di cui intendeva seguire le orme,
e di cui intendeva acquistare i diritti di riproduzione). Oppure dall'inglese.
Ecco dunque che la storia, perfettamente atemporale, viene ambientata sulle coste
inglesi, con riferimenti alla Francia, ed è comprensiva di nomi non tradotti
(eppure sui nomi del Fanciullo vi sarebbe da speculare … Regina è un
nome italianissimo, ma non lo è altrettanto Guglielmina); dicevamo dunque
che nulla, né un fatto storico, né un'ambientazione precisa, fa
per forza di questo testo un testo straniero. Quanto al periodo … le illustrazioni
mostrano abiti piuttosto antiquati per i fanciulli, tanto antiquati da somigliare
più all'abbigliamento di fine Ottocento, tipo il piccolo Lord Fauntleroy.
Fig. H - Il fanciullo che venne dal mare,
ristampa del 1950, pag. 108 |

Fig. I- ibidem,
pag.116
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E le firma un'italiano, il fiorentino Corrado Sarri,
che non risulta abbia mai illustrato i volumi di Suzette, così come la
copertina illustrata, quella della seconda edizione, è firmata da Zardo.
Nessuno di questi due illustratori firmerà più nulla nella BMR.
Dunque, il primo libro è un'eccezione sotto tutti i punti di vista. Potrebbe
addirittura essere stato scritto molto tempo prima? Lasciato nel cassetto?
Editato sotto altra forma da chissà quale editore sconosciuto? Salani
fece un tentativo ‘in casa', con questo romanzo, per proseguire poi sul versante
francese? Ma quando, esattamente, fu scritto questo romanzo?
Proviamo a considerare l'illustratore, Corrado Sarri. Ben noto, fin dalla fine
del secolo precedente presta il proprio pennello a libri per l'infanzia: sono
del 1898 Aladino a tu per tu con le stelle, comprendente illustrazioni
di C. Sarri e R. Pestelli, e Il cuore dei ragazzi, illustrato dal solo
Sarri, entrambi editi da Bemporad; è del 1900 Casa mia, mamma
mia (novella con due acquerelli, ed. Salvatore Biondo); del 1902 Fiorenza,
sempre per Bemporad; del 1903 Una baracca di burattini: romanzo per fanciulli “ con
molte incisioni” di C. Sarri e Il teatro dei miei scolari: raccolta di commediole
per giovanetti (ed. non specificata); negli anni Venti illustra per Salgari,
Vamba e Lorenzini, e collabora in seguito all'Avventuroso. Non c'è da
stupirsi, dunque, se le illustrazioni del Fanciullo appaiono così fin
de siècle.
E poiché anche il suo autore data le prime pubblicazioni a fine Ottocento,
ne traiamo le doverose conseguenze: Il fanciullo che venne dal mare non è un
romanzo degli anni Trenta, bensì precedente. Possiamo scommetterci, e
lo andremo a cercare. D'altronde, non sarebbe il primo
caso: Bianca Gerin pubblica a puntate sul Corriere dei Piccoli (nn 39-50),
nel 1936, Le strade invisibili, in seguito editato per Salani come Il
romanzo di Frullo nel 1941. Collodi Nipote dà alle stampe Sussi
e Biribissi nel lontano 1902, e Salani lo riedita, sempre nel 1941, in sostituzione
di uno dei nove titoli ‘fascisti' soppressi (il n° 39). Gino Chelazzi pubblica
a puntate sul Corriere dei Piccoli (nn 13-28), nel 1934, Due ragazzi
e una scimmia, prima di editarlo con Salani.
E ancora, quando la BMR giunge vicino alla fine, intorno al 1955, e riprende
a pubblicare i romanzi di Suzette a partire dal n° 97 – dopo il lungo elenco
dei romanzi di Chelazzi e degli altri italiani, nonché dei romanzi d'oltreoceano – viene
acquisito e messo nel piano editoriale La petite fille de compagnie, uscito
in Francia nel 1923, che doveva posizionarsi al n° 98. Salani si accorse
forse solo allora che il romanzo era già stato tradotto e pubblicato da
Marietti nel 1934 con il titolo La damigellina di compagnia, e
fu forse per questo motivo che il titolo fu sospeso. Ciò non impedì alla
casa editrice di pubblicarlo nel 1962 nella rinnovata BMR con il titolo Il
mistero di Mont-Noir: ma erano passati quasi quarant'anni dalla sua genesi …
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